1799 – La rivoluzione democratica nell’Arberia della Calabria Citra

Nella sua ardita opera, il professor Gaetano Cingari,” Giacobini e Sanfedisti in Calabria nel 1799″, evidenzia, con specifica trattazione, come i moti repubblicani del ’99, ebbero, con marcato proselitismo, facile diffusione nei paesi albanesi della Calabria settentrionale. Agli inizi del febbraio di quell’anno, giunte le prime notizie  da Napoli della nuova Repubblica, in Calabria iniziò il cosidetto processo di democratizzazione, soprattutto in quella Cosentina e Catanzarese. In seguito alle regolamentazione della nuova repubblica, la Calabria fu ripartita in due Dipartimenti, quella del Crati, con capoluogo Cosenza e quello della Sagra con Catanzaro. A loro volta i Dipartimenti erano divisi in Cantoni dai quali dipendevano direttamente i Comuni. Furono proclamate leggi e disposizioni, dove rilevanti erano i riferimenti basati sui principi della rivoluzione francese e, per la prima volta, la stampa, come organo di libera informazione, cominciò a dare sfoggio del suo importante ruolo sugli strati della società, seppur colta, disinformata.  Il 19 febbraio del 1799, l’organo di informazione, ” Il Monitore Napoletano,” diretto da Eleonora Fonseca -Pimentel, pubblicava riguardo le Calabrie: “in contrapposto alle isorgenze degli Abruzzi e del Molise abbiamo il piacere che nelle valorose Calabrie, a misura che il corriere spedito dal Governo vi andava passando e vi lasciava le sue istruzioni, si andavano altresì municipalizzando tutte quelle Comuni  e si innalzava l’albero della libertà e abbiamo già riscontri per sino a Cosenza…”. Si proclamarono repubblicane le città più importanti come Cosenza e Catanzaro ( Reggio Calabria accolse il nuovo evento con meno entusiasmo e adesione) e con essa, anche le meno popolose. In quei villaggi dove 300 anni  prima si erano insediati i profughi greco albanesi, la partecipazione più massiccia fu data, dalle classi contadine, guidate, con sensato equilibrio, dall’ elitarismo intellettuale e, con ecumenicità, dal clero greco illuminato. Ad essi seguirono professionisti, medici, avvocati, gente mediamente istruita, che, con non poco entusiasmo, accolse le nuove idee di libertà ed egualitarismo. Riguardo, però, questo periodo, ardua si presenta, per la storiografia, la possibilità di svolgere opera di  indagine condotta con sistemicità e tendente ad accrescere o a verificare nella complessità la cognizione del vero, in quanto, per volere della reazione borbonica  e della  peculiare ed invereconda sete di vendetta di Maria Carolina, tutti i processi documentabili, come i “Notamenti dei re di stato ” furono distrutti agli inizi del 1800. Alberi della libertà furono innalzati nelle comunità albanofone, come a Cerzeto, Cavallerizzo, a San Martino di Finita,  Mongrassano e a Firmo per opera della famiglia Frascino del ramo Gerasimo. Nella capitale culturale di quella gente, San Demetrio Corone, dove con imperiosa ascendenza, interagiva il Collegio San Adriano, la repubblica giacobina era stata proclamata tra l’entusiasmo popolare e la promozione della classe borghese, alla quale forte contributo apportarono le figure e l’operato del Vescovo greco-albanese, Francesco Bugliari e del professore di filosofia Domenico Bellusci, quest’ultimo, dopo l’uccisione del Bugliari, operata dalla reazione sanfedista e borbonica, verrà al suo posto elevato a Vescovo. Sulla proclamazione della repubblica  nelle comunità Italo Albanesi, Gaetano Cingari ci fornisce notizie documentate: ” ..Non deve trascurarsi il caso di San Demetrio Corone, altro paese albanese dove il moto repubblicano ebbe larghe radici. Nel suo territorio sorgeva il Collegio italo greco di Sant’Adriano diretto in quel tempo dal vescovo di Tagaste D. Francesco Bugliari. Al moto non furono estranei il vescovo stesso, amico del Salfi, e Domenico Bellusci professore nel Collegio.”Quindi da come riportato dal Cingari, il vescovo Bugliari e il sacerdote Bellusci non furono “estranei” a quel rivolgimento. Il Bugliari era legato da profonda amicizia al teologo e giurista Francesco Conforti, grande riformatore e martire della Repubblica Napoletana e questa amicizia , sicuramente era adornata anche da una condivisione di nobili ideali. Forte era anche il suo legame e di vicinanza di buoni propositi  con i suoi concittadini, nonchè consanguinei, Pasquale Baffi e Angelo Masci. D’altro canto, Domenico Bellusci, sacerdote e professore di filosofia, anch’egli italo abanese di Frascineto, nel 1798 fu mandato a Napoli, dallo stesso vescovo, per approfondire i suoi studi nelle Scienze Matematiche e lì ebbe rapporti con il Baffi e con il Conforti e, per queste sospette relazioni, alla caduta della Repubblica Partenopea, assieme ad Angelo Masci, patì lungamente la carcerazione. Indubbiamente, le nuove idee dell’Illuminismo e la nascita della Repubblica Napoletana, spronando i sentimenti, delle varie classi sociali dell’Arberia, diedero impulso al fuoco sotto la cui cenere  riposavano angherie e soprusi  perpetrati dal medioevalistico sistema della feudalità. Con facilità le orde indisciplinate del cardinale Ruffo, per lo più costituite dalla feccia delle città  e in buona parte da briganti, cui unico appannaggio era il saccheggio, attraversando le Calabrie, alla volta di Napoli, fecero recidere nelle varie comunità l’albero della libertà, per la quale, tutti i sani principi di una sofferente e nobilissima stirpe, con sangue versato, avevano innalzato nel nome delle loro patrie ed avite tradizioni democratiche.

Note bibliografiche:

D. Cassiano, San Adriano, Marco Editore, Lungro 1997;
I. Mazziotti, Imm.Albanesi nel XV secolo, Ed. Il Coscile 2004;
G . Cingari, Giacobini e Sanfedisti in Calabria nel 1799,Messina 1957.

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