Agesilao Milano e l’attentato a Ferdinando II di Borbone

Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

Uno degli enigmi che la Storia Risorgimentale ci prospetta, neglettamente non propalato da molti studiosi contemporanei,  è quello del fallito attentato alla vita di Ferdinando II di Borbone.

Riguardo tale avvenimento molte sono state le dissertazioni che,  a volte, sono risultate, con artificiose appendici, oggetto di incoerenza e subdolo contrasto.
Le idee di democrazia, socialismo e anarchia non preconcetta, fermentavano, agli inizi del XIX secolo, nel calderone deli Italo Abanesi, che posto sul focolaio del San Adriano, nel suo convulso ribollire, emise inquiete ed eroiche sostanze.
Autorevoli sono state le cosiderazioni, riguardo il caso, di storici come il De Cesare e il Capecelatro, ma poco loro hanno colto sulle origini delle cause concomitanti le attività esternate.
Durante e dopo la restaurazione borbonica, la borghesia terriera Arbereshe si era adeguata alla politica protezionistica del Regno delle due Sicilie divenendo “movimento”, ma cospirava con la classe degli intellettuali. Aderirono, come registi dietro le quinte, ai moti del ’20, ’21 e del ’44, ma quando Ferdinando II ricusò la Costituzione del ’48 e Carlo Alberto mantenne lo Statuto, la natura del “movimento” divenne sovversiva. Da questo stato di insopportazione la reazione dei “liberisti” divenne pericolosa e caotica. La famiglia Milano era integralmente liberista.
Chi era Agesilao Milano?
Nacque il 14 luglio del 1830 nel villaggio di origini albanesi di San Benedetto Ullano, culla dei Rodotà, da famiglia di possidenti terrieri da parte della madre. Entrò giovinetto nel Collegio Italo Greco Albanese di San Adriano dove strinse fraterna amicizia co Attanasio Dramis di San Giorgio Albanese e Antonio Nocito di Spezzano Albanese. Qualche anno più tardi fu espulso dallo stesso Collegio per cattiva condotta. Nel 1848 partecipò ai moti calabresi, dove grande fu la rappresentanza ed il valore degli Italo Albanesi. Resosi colpevole per quei fatti venne amnistiato nel 1852. Nell’agosto del 1855 venne sottoposto, unitamente ai fratelli Giuseppe e Francesco Marchianò, anch’essi Italo Albanesi, a procedimento penale, per attività diretta a sovvertire l’ordine dello Stato. Anche questa volta i magistrati- come scrive Capecelatro Gaudioso- ritennero che non fossero state raggiunte sufficienti prove per il rinvio a giudizio del Milano. Il 20 dicembre del 1855, però,  gli venne assegnato il domicilio forzoso in Cosenza. Inspiegabilmente, per i reati precedentemente commessi contro lo Stato,  venne nel gennaio del 1856 sorteggiato  , al posto del fratello Ambrogio,  nelle liste di leva. Arruolatosi venne configurato nel 3° reggimento Cacciatori di stanza a Napoli e durante la sua permanenza nella capitale ebbe sempre modo di vedersi con i suoi conterranei, Angelo Nocito, Giovanbattista Falcone ed Achille Frascino, magistrato repubblicano di Firmo. Molti furono gli incontri a cui eli partecipò in casa del Nocito e del Frascino (deposizione di Vitangelo Tangor durante il processo per il fallito attentato). Per quale motivo il Milano frequentava la casa napoletana dell’ italo albanese Frascino intimo di Fanelli e di De Rada?
Sottratto, come ben scrive il De Cesare, dal suo piccolo ambiente le idee del Milano si allargarono e così si ricorda di lui il direttore dlla Biblioteca borbonica, ora Nazionale, professore Carlo Avena, che prima poco dell’attentato scrive al figlio Alberto: ” un giovane smilzo e mobilissimo della persona, con sguardo penetrante e piccoli baffi, sedette due o tre volte accanto a me nella sala di lettura della biblioteca borbonica. Quel giovane leggeva anche un volume latino e vestiva l’uniforme dei Cacciatori di linea”. Era Agesilao Milano. Via Forno Vecchio, in casa di Giuseppe Fanelli , ardente repubblicano egli si ritrovava, oltre che con il Frascino, il Nociti, il Falcone anche con altri  giovani italo albanesi.
La mattina dell’otto dicembre del 1856, ricorrendo la festa della Immacolata Concezione, Ferdinando II unitamente alla famiglia, recò al Campo di Marte in forma ufficiale e solenne.
Dopo la celebrazione delle Sacre Funzioni, il re con la famiglia assistettero alla parata militare a loro organizzata, quando dal 3° battaglione cacciatori fuoriscì improvvisamente un milite che con veemenza impugnando un fucile dotato di baionetta lo puntò al petto del monarca. Il regicidio non fu consumato, lo stesso Milano subitaneamente fu arrestato e condotto nella gendarmeria di Ferrantina. L’attentatore venne identificato nella persona del soldato Agesilao Milano, Italo Albanese di Calabria, di anni 26, di civile condizione; giovane, di statura media, poco incline al sorriso. Così si leggeva nel ” Giornale delle Due Sicilie del 9 Dicembre del 1856: ” Un individuo, da pochi mesi entrato con male arti al real servizio militare, osò ieri uscir fuori dalle riga mentre sfilavano le truppe al Campo, e spingersi avverso la Sacra Persona del Re nostro Augusto Signore, il quale, la Dio mercè, rimase sano ed illeso, ma conservò la calma, la serenità,e la imperturbabilità consueta, continuando ad assistere allo sfilar delle truppe, come se nulla fosse accaduto, sicchè se ne avvidero se non pochi dei presenti”.
Concordo con la tesi del De Cesare, il quale sostiene che sia stao un bene che il regicidio non si sia consumato; un grave eccidio avrebbe insanguinato Napoli tutta, poichè, i reggimenti svizzeri, fedeissimi al re, considerandolo come un complotto delle truppe regolari ossia costituite da italiani, avrebbero reagito contro di esse e contro la folla presente.
Nel numero del 13 dicembre sullo stesso giornale si scriveva: ” Il Consiglio di Guerra del 3° battaglione dei cacciatori, procedendo in conformità delle leggi a carico del soldato Agesilao Milano, reo dell’esecrando reato da lui commesso contro la persona del Re, nostro Augusto Signore, lo condannò ieri alla pena di morte col quarto grado di pubblico esempio. La sentenza e stata eseguita questa mattina alle dieci e mezza, dopo la degradazione militare, nel largo Cavalcatoio, fuori Porta Capuana. Il reo, che ha ricevuto a lungo tutti i conforti della nostra sacrosanta religione, si è mostrato compunto. L’ordine pubblico è stato perfettamente osservato, e la generale esecrazione ha seguito il colpevole fino al suo estremo respiro”. Il giornale era ” statalizzato” e quindi organo del regime, ma a tal proposito ecco cosa scrive Raffaele De Cesare: ” ecco l’alfa e l’omega di quello strano avvenimento”.

Cosa spinse il giovane  Italo Albanese ad arrischiarsi in tale pericolosissima e ardua impresa?
Lo storico D. Capecelatro Gaudioso, ritiene che il Milano fu un esaltato al servizio di interessi che miravano ad eliminare la monarchia borbonica, e il suo attentato ebbe la complicità perfino di alti ufficiali come Alessandro Nuziante, aiutante di campo di Ferdinando II, d’altra parte, Raffaele De Cesare, descrive il Milano come un allucinato, con una volontà di ferro, dal carattere chiuso: ” Uno spirito esaltato, che sapeva dominarsi e dissimulare; repubblicano e antidinastico; saturo fino all’inverosimile delle concezioni mazziniane, che avevano, per il loro contenuto, fatto presa sul suo animo pervaso, tra l’altro di un misticismo da esaltato.”
il De Cesare , in parte ha colto la motivazione, attribuendo la causa dell’attentato alla razza dalla quale, Agesilao Milano, era discendente, quella albanese, ma nessuno ha considerato che era stato allenato  in una palestra come il San Adriano dove, per prima vennero accolti gli ideali di giacobinismo e di socialismo a sfondo anarcoide. Io ritengo che egli sia stato una anarchico conclamato e forse più di Attanasio Dramis, poichè riportandomi alla sua personalità, alle sue convinzioni antidinastiche, ai suoi atteggimenti rilevati durante il processo , egli non esprese altro che il benessere dei popoli. Se a regnare nel napoletano ci fosse stato Vittorio Emanuele II, egli avrebbe agito in egual maniera.



Bibliografia essenziale: Raffaele De Cesare, La fine di un Regno, Capone Editore & Edizioni del Grifo, Lecce 2005;

D. Capecelatro Gaudioso, L’attentato a Ferdinando II di Borbone, Edizioni del Delfino, Napoli 19.