Europeismo ed albanesità nelle lotte per l’indipendenza

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di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

Di sicuro un popolo, come quello albanese,  il cui patrimonio spirituale, ereditato da antichi padri e tramandato ad attenti ed intraprendenti posteri,  incentrato sulla libertà e che, fin anche dopo  le luttuose vicende che hanno determinato flussi di migrazione incontrollata, diligentemente ha custodito,  non potendo non esternare,  seppur in patrie accoglienti,   il forte, indomito ed avito sentimento. Se incertezze ed oscurità aleggiano sulle sue origini , la storia  è ricca, come quella di Sparta  e di Roma , dei suoi fatti guerreschi.  Era ancora in auge la Grecia quando l’Aquila Macedone spinse il suo volo – come scrive il mio conterraneo Frega – ricovrendo la terra delle sue ali. Questo popolo, con indicibile ardimento, sfidò l’orgoglio della potenza Romana, mentre i campi dell’Epiro fumavano sotto le rovine della amara sconfitta. Vinta, ma non doma,  solo l’Albania rimaneva libera tra i popoli vassalli della complessa organizzazione latina e quando le orde dei Turchi sbucarono dai brulli territori asiatici e la mezzaluna sventolò sulla cupola di santa Sofia in Costantinopoli minacciando la cristianità, la grande anima di Giorgio Castriota Skanderbeg tenne attonito il mondo. Ma non termina qui la storia bellicosa di questo popolo fiero ed indomito, ostante la tirannia e sdolcinato con il tiranno.  In terre ospitanti, come l’Italia e la Grecia, gli albanesi,  oltre a dover riprendersi un posto decoroso, nell’ordine sociale precostituito,  diedero, con estremo disinteresse, un forte contributo in tutti gli accadimenti sviluppatisi per il raggiungimento della libertà e della indipendenza dalle diverse statualità tiranniche.  In Italia, adusi ma non acquiescenti, alle sovverchierie  del feudalesimo laico ed ecclesiastico, si resero protagonisti  in  tutti i rivolgimenti atti a mutare l’ancestrale tessuto sociale , concretando,  con plaudenti iniziative e risultati,  antiche aspirazioni. Determinanti furono nel periodo illuministico dando la parte migliore di sè alla nascita della Repubblica Partenopea, antònima della Noblese oblige e delle Vergini del focolare e dove, il sofiota Pasquale Baffi ricoprì la carica di ministro.  Nella giacente e stagnante desolazione su cui si adagiavano le Calabrie, corrose  dalle fauci e dissanguate dal vampirismo della feudalità mista, gli albanesi emersero, con provata dignita, sulle popolazioni autoctone e con la istituzione del Collegio Italo Albanese diedero lustro e onore alla terra matrigna,  evidenziando che il processo di acculturazione è stato impersonato e guidato da una ristretta ma cosciente cerchia locale, dove i valori e i modelli culturali dominanti nelle comunità erano quelli nella quale la classe dirigente si riconosceva. La tradizione venne attualizata in nuove forme più moderne di civiltà e di costume, ma persistendo come identità etnica e come valore sublimato.  Quando il tiranno borbone ricusò la Costituzione, forzatamente concessa, la rivoluzione divampò nella Calabria Citra e ad accenderla furono gli Italo Albanesi. come Domenico e Raffaele  Mauro,  Domenico e Angelo Damis, Francesco Crispi, i Pace, i Placco  e moltissimi altri, che in rappresentanza e con gli altri fratelli di sangue , sul finire del 1860 entrarono in Napoli,  decretando informalmente L’Unità d’Italia .In quel frangente, dopo la storica battaglia del Volturno , Garibaldi con pubblico encomio cosi si rivolse al Generale arbereshe:” Bravo Damis, i tuoi albanesi si sono battuti da leoni.” ( G. Garibaldi in memorie autobigrafiche pag 191). Ma non solo  nelle marziali rivoluzioni  si distinsero e si sopraelevarono, ma anche nella filosofia, dove con Camillo Vaccaro, uno dei padri del positvismo italiano, e  con Vincenzo Stratigò poeta e soldato, espressero, con sublime dottrina , i principi fondamentali dell’unità e della civiltà dei popoli.
Quando gli artigli della potente Russia, dilaniatori i serbo greci, attraverso il suo disegno imperialistico panslavista  ostava  le mire di  indipendenza dell’Albania, forte si levò la voce degli indomiti Albanesi d’Italia, che attraverso Damis, Crispi, Schirò, De Rada e Lorecchio echeggiò al mondo che la terra delle Aquile  riacquistasse la gestione autonoma e la dignità dovutale. Ecco la genialità di questa nobile stirpe: ritrovare e riemmergersi nella propria storia e nelle proprie origini.

Nel primo quarto del secolo XIX,  l’ombra generosa di questò popolo, comparve maestosa e salvò la Grecia fra gli artigli dell’Aquila della Selleide. Il mondo ebbe la seconda volta lo spettacolo di un secondo Leonida e la bara dell’albanese Marco Boçari ebbe il pianto di tutti i generosi della terra.
Byron,  il principe dei poeti moderni, comparve su quelle sponde e la sua ode mandò un fremito guerriero che pare risvegliasse il vecchio genio degli Albanesi: ” Feroci sono i figli dell’Albania. Chi è il nemico che li ha veduti fuggire? Chi ha sostenuto il loro sguardo di morte? Tamburgi! Tamburgi! e il loro grido di guerra, al cui rombo scendono come torrenti, volano come le Aquile, stridono come le folgori.”
E se anche la crudele politica del Metternich che voleva vedere soffocata la rivoluzione greca, valutandola come perturbatrice del legittimismo, il Miaulli con navi greche tenne in rispetto la flotta turca, Teodoro Kolkotronis a capo dei fierissimi montanari Manioti e Boçari con i Sulioti di  Epiro e di Acarcania, resero sterile quegli infausti intendimenti. Ma il sangue ribolliva nelle vene degli albanesi d’Italia, che facendo loro la causa dei fratelli arvaniti, attraverso l’associazionismo massonico, fecero ridestare  la coscienza della comune civiltà cristiana. La massoneria arbereshe sempre, fraternizzante con quella inglese, fece in modo che banchieri ed investitori  aprissero credito agli insorti. Questo atteggiameno di mutuo soccorso  si manifestò solo grazie alla esistenza di una notevole tradizione intellettuale degli arbeshe, comprovante la reale possibilità che ha l’uomo di risorgere anche nei momenti più tristi della sua storia. Un popolo, quindi, che ha sviluppato nel corso dei secoli una sua civiltà collocandola idealmente nell’ambito della “civiltà moderna” europea, sia pure legata all’altra “Europa”, differenziandola per il suo contenuto etico e culturale da ogni altra classificazione sociologica, tale da rendere le condizioni storiche reali della sua particolare fenomenologia come  elementi  straordinari di politica sociogenetica. Le diaspore disgregano le società e le adagia a una miseria più grande di quella contabile e delle statistiche. Gli albanesi sono sopravvisuti alla catastrofe rivalutando la loro storia senza confinarla  entro circoscritte mura  ove lo sguardo dell’orizzonte appare teoretico, asfittico e miope, ma concretamente viva di quella universalità reale in cui si sostanzia la vita spirituale dell’uomo. 
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