Finja: il bucato

(di Pietro Napoletano)

 
Era uno dei mestieri esercitati abitualmente in ogni casa, con frequenza quindicinnale o, al massimo, mensile, ma tra i meno graditi, che neppure nel ricordo conserva alcunchè di poetico. Il bucato (finja), infatti, veniva fatto per necessità, più che per piacere,  ed era una operazione collettiva a cui partecipavano più persone, consistente nella lavatura della biancheria mediante un processo di lisciviazione. L’attrezzo più caratteristico era la “skorca” (scorza), un rustico corbello rottondo ottenuto intrecciando fasci di rami di ginestra, sul cui piatto fondo veniva lasciato un grosso foro per lo scolo dell’acqua.
Chi poteva permetterselo, chiamava in aiuto, soprattutto per il risciacquo, che veniva eseguito al fiume. C’erano, a tal fine, tante donne che lo facevano a pagamento, portandone sulle mani evidenti segni, perchè il ranno iiruvidisce la pelle e la screpola.

 Il giorno prima si metteva a bagno la biancheria nell’acqua saponata. I panni con lo sporco più resistente venivano insaponati abbondantemente e trattati con il battitoio, (me kopanin). Venivano poi sistemati a strati nella ” skorca”, avendo cura di non andare oltre i quindici, venti centimetri dall’orlo, dopo di che vi si stendeva sopra la “shtruamja” , un rozzo panno che faceva da filtro al ranno, proteggendo la biancheria da possibili danneggiamenti. Si preparava quindi la cenere. Ricordo che mia madre la cerneva con un vecchio setaccio adibito appositamente a tale uso. La si scioglieva in una grossa caldaia piena d’acqua, rimestando con un bastone, e si attizzava il fuoco, aspettando che arrivasse ad ebolllizione. Era così pronta la liscivia che, presa con un mestolone, veniva cersata nella “skorca”, sopra la “shtruamja” che tratteneva l’impasto melmoso di cenere, facendo filtrare soltanto il ranno bollente che agiva come efficace detergente sui panni.
La mattina seguente, poi, sollevata “shtruamja”, con la poltiglia di cenere, si traeva la biancheria che aveva bisogno di essere risciacquata in abbondante acqua. E questa operazione, in mancanza di grosse vasche, in genere, veniva compiuta al fiume. Mia madre, per tale servigio, chiamava sempre due sorelle, di cui aveva molta fiducia. ” Perchè -diceva- la biancheria delicata deve essere risciacquata molte volte e con cura, altrimenti si può macchiare, strappare, o vi resta la puzza della liscivia”.
Le donne avvolgevano tutta la biancheria in un involucro di tela, se la caricavano sulle spalle, legandola con una corda (me telin), e la portavano al fiume distante circa un chilometro dal paese.
Il posto preferito per le lavandaie era in un tratto in pianura, vicino a un ponticello, ove la fiumara si allargava e l’acqua scorreva con minore  impeto, insinuandosi lentamente nell’ampia ansa cosparsa di grossi macigni levigati dall’uso. Ognuna di quelle lavandaie, frequentatrici abituali, aveva il suo posto, ad una certa distanza l’una dall’altra, per non intralciarsi; e immergendosi fino al ginocchio, avevano l’opportunità di sciacquare e risciacquare la biancheria, specie le lenzuola. Al fine di liberare i panni da qualche macchia residua o dall’alone della liscivia, li sfregavano sulla pietra o su un asse di legno con scannalature (derraza) con movimento verticale in su e in giù, per poi risciacquarli, strizzarli e sciorinarli al sole, sopra cespugli di ginestra, di luzule o di lentisco, mentre l’acqua continuava a scorrere, portando seco crucci ed affanni, sudori e ranno.



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