Gennaro Placco, il leone dell’Arberia

( di Vincenzino Ducas Angeli VaccaroGennaro_Placco_Museo_Etnico )

“ Mentre così pensavo e stavo per più profondarmi, in questo doloroso pensiero, mi sono sentito una mano sulla spalla, e il mio Gennarino mi ha detto: che guardi? Il mare e il cielo ho risposto”.
( Luigi Settembrini )

Non si può riporre nell’erebo il ricordo storico di un’altra maestosa figura arberesh del Risorgimento come quella di Gennaro Placco, uno di quei grandi che, dopo l’unificazione dell’Italia, da grande idealista, non chiese, come tanti altri, onori e cariche. Il suo impeto guerriero, la sua cultura incardinata sugli aviti princìpi morali e religiosi tramandatigli dalla sua nobile e montanara stirpe, vollero tenerlo, in ogni tempo della sua esistenza, lontano dai malcelati intrighi di potere. Ecco cosa scrisse su di lui nelle “Rimembranze della mia vita” il suo compagno ed amico di cella nel Bagno Penale di Santo Stefano, Luigi Settembrini:
« Un bel giovane, una faccia greca, occhi scintillanti, parlante con una certa enfasi albanese, con l’erre come la pronunciava Alcibiade. L’anima sua odora di tutta la freschezza, l’ingenuità, la spensieratezza, la candidezza di un fiorente giovinetto. Ingegno vivido e poetico, cuore caldissimo e saldo, amava la libertà e sentì che un’ignota potenza gli sollevava il cuore e la mente. Egli è rozzo nelle maniere, anzi talora è selvatico, come albanese e montanaro; ma a me piace assai quella durezza, segno di animo saldo e maschio, quei decisi No e Si senza quella convulsione civile che chiamasi sorriso, senza quelle cortesi parole che sono da intonaco sopra un muro fracido; sotto quella dura scorza palpita un cuore nobile e generoso ».
Gennaro Placco nacque a Civita, paesino italo albanese nella provincia di Cosenza, il 21 maggio del 1825 da una cristiana famiglia appartenente alla piccola borghesia rurale e quindi conducente una modesta esistenza economica. Il padre Ludovico era agricoltore, mentre sua madre Marta Tudda, colpita da un grave male, rese giovane l’anima a Dio; così egli descrive a Luigi Settembrini la sua famiglia: << La mia famiglia era povera; mio padre attendendo al lavoro della campagna, e mio zio prete amministrando e regolando gli affari di casa, solamente colle fatiche o col giudizio, a poco a poco si hanno acquistato una certa comodità. Mia madre, che aveva nome Marta, fece cinque figlioli, tutti maschi, dei quali io sono primogenito: e la perdei che avevo sedici anni. Povera madre, quanto mi amava, e che crudele malattia ella ebbe! Io la vestiva, io pa prendeva tra le braccia, io la tramutava da un letto all’altro, ed ella morì nelle mie braccia chiamandomi a nome e benedicendomi>>.
Giovanissimo, fu mandato, soprattutto per volere dello zio papàs, a studiare nel Collegio Italo Albanese San Adriano, dove i giovani venivano educati da efficientissimi maestri, laici ed ecclesiastici, che si richiamavano alla tradizione culturale dell’Illuminismo napoletano, riformatore e progressista, e di un cattolicesimo liberale ante litteram, che aveva in quella istituzione culturale e scolastica, prestigiosi rappresentanti nel clero italo greco. La formazione culturale e caratteriale, impregnata dell’essenza byroniana e del romanticismo, ricevuta nel famigerato Collegio Italo Greco Albanese, in breve tempo delusero le aspettative di suo nonno e suo zio entrambi sacerdoti di rito greco, che lo volevano chierico. La permanenza in quella “palestra” indusse, senza dubbio, il giovane Placco ad una presa di coscienza politica, dove la necessità dell’essenza di liberalità, traspariva senza linea d’orizzonte.
Il clima culturale e politico del Collegio Italo Albanese, indubbiamente, esercitò una grande influenza nella formazione della personalità del Placco, il quale terminati gli studi liceali si trasferì a Castrovillari per intraprendere quelli legali e da notaio, contravvenendo – come scrive il Cassiano- ai desideri della famiglia che lo voleva, invece, sacerdote di rito greco.
Nel 1848 sposa la causa della Rivoluzione Calabrese contro la tirannide borbonica e nel giugno dello stesso anno con altri diciassette suoi concittadini, combattè con il battaglione comandato dall’altro arberesh Domenico Damis di Lungro a Monte Sant’Angelo per impedire il congiungimento delle truppe borboniche comandate dal generale Busacca con quelle del Lanza. Il 27 giugno durante quella battaglia, ferito da una fucilata all’indice della mano destra fu fatto prigioniero. Riguardo quel triste avvenimento ecco cosa scrive di lui il Settembrini:
“ combattè da prode, da leone, come si combattè a Maratona col coraggio di Cinegira. Animoso spensierato…si avanza solo, non ode chi grida di ritirarsi, combatte fra le palle che gli fischiano intorno..Ora disteso boccone a terra, ora dietro un albero, ei solo tiene fronte a cinquanta nemici irritati e meravigliati di tanto ardire. Due soldati non visti lo attaccano di fianco, gi scaricano due fucilate, una palla gli porta via il moschetto e il dito indice della mano destra, gli vanno sopra per trapassarlo con le baionette; ma egli, benché disarmato e ferito, slanciasi, afferra con le mani le due baionette, le separa, le svia, e abbranca uno dei soldati per farsene scudo e non morire solo. Sovraggiungono gli altri, che gli danno vari colpi in testa, sulla fronte, in una natica; e l’avrebbero disonestamente ucciso, se un caporale da lui ferito in una gamba, non l’avesse generosamente salvato e frenato l’ira soldatesca.”
Venne arrestato e portato a Castrovillari, successivamente trasferito nel brutale carcere di Cosenza per essere sottoposto al rigido interrogatorio della Gran Corte Criminale di Calabria Citra che, il 14 settembre del 1849, condannò il giovane Placco alla pena di morte.
<< Con la scure sul collo – scrive il Settembrini- in mezzo ai più fecciosi assassini e nel più scellerato carcere, egli sperava, confidava, rideva, cantava, verseggiava, folleggiava giovanilmente e si compiaceva del dispetto che si avevano coloro che avevano pensato di atterrirlo>>.
Il 22 febbraio del 1850 la pena di morte gli fu commutata in quella dell’ergastolo. Relegato nel bagno penale di Santo Stefano con altri arberesh come Domenico Damis, Raffaele Mauro, Raffaele Vaccaro, conobbe il poeta e letterato Luigi Settembrini che lo volle compagno di cella. Fra i due nacque una fraterna amicizia che durò viva nel corso degli anni.
Nel 1852, la famiglia Placco si adoperò per l’ottenimento della liberazione di Gennaro e un suo vecchio zio papas di rito greco, Zoti Domenico, presentò a Ferdinando II, di passaggio a Morano, durante il suo viaggio in Calabria, una supplica per ottenere la tanto agognata grazia. Il re non l’accolse in quanto non sottoscritta dall’interessato. Nel conoscere gli intenti dello zio prete, che disperatamente si batteva per l’ottenimento della sua grazia, ecco come il giovane guerriero arberesh gli si rivolse con una missiva, dove rifulgono vivide le sue qualità umane e morali:
<< Mio buono e venerato Zio. Quell’affettuoso e vecchio genitore, nel procrearmi, non mi ha dato che la vita materiale; ma ignaro di lettere, ed occupato negli affari di campagna, affidò a Voi la mia vita morale ed intellettuale, e Voi da secondo padre affettuoso, benché piccino ancora, mi conduceste nel Collegio San Adriano di San Demetrio, ove, chiuso per 13 anni, appresi quel poco che so, ed ove appresi pure a scrivere non con la mano sinistra, ma con la destra; e questa destra mutilata dell’indice non firmerà mai e poi mai, anco se dovessi lasciare le ossa qui, una supplica a chi fa causa di questa mutilazione: lo vedo è un atto di mera disubbidienza, questo mio, ma cosa volete? Si tratta del mio onore, e sopra di questo non vi è che Dio e la patria; né credo che voi pretenderete che io lasci una eredità di disonore ai miei fratellini ed alla mia famiglia….>>
Quindi il Placco non volle sottoscrivere la grazia per se stesso. Il Settembrini, accordandosi con lo zio Domenico, fece in modo che la sua pratica di grazia venisse seguita dal conosciutissimo avvocato di Cosenza Cesare Mazzei. L’avvocato cosentino preparò una nuova supplica e la presentò, con la firma del direttore del bagno penale di Santo Stefano, ma fu respinta da Ferdinando II poiché Gennaro Placco non la volle sottoscrivere. Giunto il ’59, Ferdinando II venne a consigli migliori, commutando la pena a molti detenuti politici, all’esilio perpetuo in Argentina. Sessantasei condannati politici furono scelti per l’esilio e fra questi il Damis, Mauro, Bellantonio, Lamenza, Spaventa e Settembrini, il solo Placco fu scartato e per scelta del re che, dalle dichiarazioni del generale Palumbo, così affermò: “ Questo Placco me ne fece due, è un giovane testardo e bisogna mandarlo ai ferri perché si ammansisca un po!” Me ne fece due, una la rivoluzione, l’altra, il non aver voluto sottoscrivere la domanda di grazia, che parve a re Ferdinando motivo di massima offesa.
Il 2 luglio, ormai dissestato il regno di Napoli, Gennaro Placco fu amnistiato da Francesco II. Ritiratosi nella sua Civita, dove non trovò più il suo giovane fratello Graziano, assassinato, fece da padre ai sui due nipotini. Ma non appena seppe che, l’altro arberesh, Domenico Damis, ufficiale di Stato Maggiore di Garibaldi, era giunto nelle Calabrie, lui e lo spezzanese Vincenzo Luci, con immediata sfrenatezza si aggregarono e gli andarono incontro. Il 2 ottobre del 1860 al Ponte della Valle a Caserta, in qualità di ufficiale del Battaglione degli Albanesi, si battè con tanto valore, che lo stesso Damis, negli scritti inviati a Camillo Vaccaro, lo ritenne il più Albanese di tutti.
Compiuta l’Unità dell’Italia, non chiese ricompense e onori, ma deluso come tanti altri patrioti della “inutile” rivoluzione del re savoiardo che aveva avuto la meglio su quella del popolo, emigrò triste e sconcertato in Argentina, dove sbarcò il lunario impartendo lezioni di pedagogia e lingua italiana. Ritornato a Civita, negli ultimi anni della sua esistenza, ricoprì la carica di sindaco del suo amato paesello. Il leone dell’Arberia si spense a Civita il 27 febbraio del 1896.

Note bibliografiche essenziali:
D. Cassiano, il Risorgimento in Calabria, Marco Editore Lungro 2003.
L. Settembrini, Ricordanze della mia vita e Scritti autobiografici.
C. Vaccaro, Memorie di D. Damis (inedito e copia presso mio archivio).
R. De Cesare, La fine di un Regno, Milano 1969.
Foto: Museo Etnico – Civita.

Precedente Capitolazioni degli Albanesi di Acquaformosa (1501) Successivo Il "mito" sfatato di Garibaldi e dei suoi Mille