Giorgio Castriota Skanderbeg – L’Atleta di Cristo

( di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)
Quasi tutta la storiografia che si è occupata in maniera integrale dell’Albania, attinge la maggior parte delle notizie, sia in maniera diretta che di seconda mano, a due opere considerate, fino ad oggi, essenziali: M. BARLETIUS, Historia de vita et gestis Scanderbegi Epirotarum Principis, Roma sd 1506 e di G.M. BIEMMI, Historia di Giorgio Castrioto detto Scander-Begh, pubblicato a Brescia nel 1742.
Il Barlezio o Barleti ( di origine scutarina), contemporaneo dell’eroe albanese e spettatore di molti avvenimenti che descrisse, era ritenuto,  in generale, una fonte di assoluta veridicità ed imparzialità , al pari del Biemmi, che avrebbe dato delineazione alla sua opera sulle basi  di una ipotetica ” Historia Scanderbegi edita per quendam Albanensem” pubblicata, a suo dire, a Venezia nel 1480 sulle testimonianze di un soldato di Antivari che aveva combattuto con l’eroe albanese. La veridicità storica, riportata da queste pubblicazioni, venne messa in dubbio, però, negli anni ’30 dai bibliofili Babinger e Ohly. Nel 1938, un giovane e valente storico rumeno, Francesco Pall, in due suoi lavori: “Marino Barlezio, uno storico umanista, in Mèlanges d’histoire genèrale, vol II, Cluy 1938, e “Une Nouvelle Histoire de Skanderbeg in Remarque sur le livre de M. Gegay, in Revue historique du Sud Est europèen; Bucarest 1937, ha con molta dottrina e valente chiarezza, ritenuto le asserzioni del Barlezio poco più ch fantasticherie vellutate di epica medievalistica, e dimostrato inequivocabilmente, che il Biemmi, fu uno dei falsari tra i più caratteristici del XVIII secolo, inventando l’esistenza dell’antivarinese per stendere il suo lavoro. In questo scritto citerò a piè di pagina le illustri fonti storiche dalle quali ho attinto notevoli informazioni.
Intorno al XV secolo,  note ci sono le notizie riguardanti  le tristi vicende imperversanti sulla piccola ma fiera Albania . Le continue discordie, con le quali i principi d’Albania immiseravano le lore forze ed insaguinavano le loro terre, avevano reso più facili i progressi, in quel lembo d’Europa, alle orde turche. Gli Arianiti erano in lotta con i Musacchio; quelli di Argirocastro mal sopportavano le ingerenze di quelli di Giannina; i Castriota non sopportavano la preponderanza dei Balcha. Le continue lotte quotidiane fra i vari principi, esaurivano quelle energie che un capo avveduto avrebbe potuto, con efficacia, utilizzare per battere il Sultano e frenare quella irresistibile avanzata. Questo stato di cose neutralizzò in maniera irreversibile le famiglie degli Spata e quella dei Balcha: rimasero a combattere contro il turco solo Giovanni Castriota e Giorgio Arianita. Padrone uno, a nord , di un territorio che comprendeva le fortezze di Croja, Mati, Yumenishta; a sud, l’Arianita, di una vasta estensione difesi da luoghi fortificati come Canina Chimara, Cermenika e Shpati. Questi due principi  non riuscivano ad accordarsi per, eventualmente, pianificare un piano di offesa se non magari di offesa. Se Giorgio Arianita ricordava l’antica nobiltà della sua casa, che aveva esteso un tempo fino alla macedonia il suo potere e la recente gloria che lo aveva visto due volte battere le truppe di Maometto I e di Murat II, Giovanni Castriota, vantava, dal canto suo, eguale la nobiltà di discendenza e simili gli atti di valore che ne rendevano crudo il nome ai nemici e caro agli amici. Storici e panegiristi, tutt’ora si affannano donde trae le origini la famiglia Castriota: alcuni sostengono che il padre di Giorgio, Giovannni, nacque da una antica famiglia di Mati; altri che il cognome abbia origini bizantine e che questa famiglia fissò la prima patria nel villaggio di Kastria; altri ancora, invece, tesi che io sostengo, abbia origine dalla antica e nobile tribù Illirica dei Caravantini, occupanti la attuale zona nord scutarina dell’Albania.
Giovanni prendendo in sposa la principessa Voisava, figlia di un’altro illustre capo albanese, il signore di Pollogo, ebbe da questa ben nove figli: cinque femmine che dovevano sposare i signori locali e quatro maschi, Stanisio, Reposio, Costantino e Giorgio. Il vasto territorio che ubbidiva a Giovanni, era guardato da fortezze sicurissime, per la natura dei luoghi e le opere militari: Croja la capitale, Petrella nei pressi di Tirana, Petralba e Stellusio, sul Mati e Sfetigrado nella Dibra superiore. Questi luoghi fortificati, il suo valore, nonostante la pressione delle forze musulmane, prolungarono la lotta fra il Sultano ed il gagliardo principe dal 1407 al 1430. Tre volte il turco segnò pace con lui, e le condizione furono ogni volta più dure. Giovanni Castriota dovette consegnare al Sultano, come garenzia della sua obbedienza alla dominazione di lui, i quattro suoi figli, con l’obbligo da parte di MuratII  di farli educare nella fede Cristiana e di metterne in libertà uno dopo la sua morte.
Fu così che nell’autunno del 1421, il piccolo Giorgio Castriota lasciò la casa paterna e seguì, coercitivamente, i fratelli alla corte del Sultano. Nacque a Mati nel 1405 e anche di lui, come di tanti altri eroi,  si raccontarono, quando la fama delle sue gesta percorsero in seguito l’Europa intera, presagi bebeauguranti  ed episodi di ardita fanciullezza. Si favoleggiò che la madre incinta, avesse visto in sogno, un drago immenso, che copriva tutta l’Albania, con il capo rivolto ai confini turchi e la coda verso l’Adriatico, ed inghiottiva per le immense fauci, migliaia e migliaia di musulmani.
Frattanto, mentre Giovanni Castriota tristemente invecchiava e dei suoi figli due morivano ( pare fossero stati avvelenati), un altro si fece frate e raggiunse, eludendo la sorveglianza turca, il monte Sinai e Giorgio si era completamente islamizzato, e, a quanto pare, si dimenticò delle sue origini fino a quando una delegazione di Gheghi, il più fiero popolo fra  le genti di Albania, giunse in Adrianopoli per portare a Skanderbeg,così chiamato da turchi, il saluto della sua casa. Non portarono solo la benedizione paterna al giovane condottiero, ma parlarono al cuore di lui con parole che solo un albanese era in grado di intendere. Ma come lasciare la corte del Sultano? Come fuggire da Adrianopoli? Giorgio Castriota attese la sua ora e il Sultano l’affrettò. Nel 1442, Giovanni Castriota, affranto ed addolorato moriva ed, essendo Giorgio l’erede diretto, il Sultano avrebbe dovuto investirlo, come pattuito, dei territori paterni, ma ciò non avvenne. La madre Voisava e la sorella minore Mamiza furono relegate in uno sperduto angolo dell’Albania, dove a stento poterono condurre esistenza. Tutte queste circostanze accesero in Giorgio una gran voglia di ribellione e memore delle parole dei Gheghi che lo volevano a capo di un esercito albanese ben organizzato, cominciò a tessere la sua trama contro lo strapotere musulmano. Quando poi giunse notizia che sua madre Voisava non era sopravvissuta allo schianto materiale e morale subìto dal turco Hassan-bey, il Castriota con saggia impazienza, attese di liberarsi dal turco. Nel 1443, quando Giovanni Hunyadi, voivoda della Transilvania, al comando di truppe ungheresi, invase la Serbia  e travolse, nel suo impeto vittorioso, le guarnigioni turche, Murat II affidò ventimila uomini a Cara-bey e a Skanderbeg per contenere l’avanzata magiara. Le truppe turche si accamparono presso Nis, sulle sponde della Morava. Il tre novembre il comandante ungherese attaversò il fiume e si gettò sull’esercito turco. Giorgio Castriota attendeva questo momento. I Musulmani che aspettavano da lui l’ordine dell’assalto ne ebbero invece quello della ritirata. Il ripiegamento non previsto, si mutò in fuga precipitosa. In quella confusione, il Castriota colse il cancelliere del pascià e, con la spada in pugno costrinse il funzionario, sbigottito dagli imprevisti avvenimenti, a rilasciargli un ordine che comandasse al castellano di Kruja di rendergli la fortezza. Ottenutolo, fece uccidere il cancelliere turco, perchè non svelasse l’inganno,e, con il prezioso documento, seguito da trecento cavalieri albanesi ( che militavano nelle fila turche, giusta gli accordi segnati, anni prima, con il Sultano da Giovanni Castriota) mosse verso la sua terra che da tanti anni aveva lasciato. Giunto non l’aspettava nessuno. Ma quando si fece riconoscere da quelli della Dibra, con i quali ebbe i primi contatti, comprese di essere l’atteso. Si recò a Kruja e con l’autorita del foglio si fece cedere la fortezza. L’indomani in città non vi erano più ne turchi e ne rinnegati e al posto della bandiera ottomana in quella fortezza sventolò superba la bandiera albanese. Da ogni casa partì il grido di ” viva Skanderbeg”, e il giovane condottiero, ritornato alla religione dei suoi padri, in possesso delle sue terre, iniziò la resurrezione della gente albanese.
Quanto inutile, generoso sangue aveva  fino a que momento versato l’Albania! Quanto sfoggio individuale si è sprecato; questo disse Giorgio Castriota ai principi che si affrettò a riunire in Kruja.Udirono le sue parole Musaccchio d’Angelina, Giorgio Stresio,Gino Manes, Teodoro Engjelli di Chimara, Giorgio Kuça, Stefano Chernovich di Montenegro e moltissimi altri  giunti dalle provincie più lontane  corsero al suo richiamo. In virtù di quell’ascendente, avvenne quello che da anni si sperava. Petralba,Stellusio, Sfetigrado, assalite da quella turba che una nuova forza conduceva, l’una dopo l’altra, cadevano in mano albanese. Ma non bastava. Giorgio Castriota riunì, per la prima volta, a congresso tutti i principi di Albania e, scartando le terre dell’uno e dell’altro, convocò l’assemblea ad Alessio, dove imperava Venezia, la cui collaborazione, era, quant’altra mai, necessaria all’impresa. Il primo marzo del 1444 la Cattedrale di San Nicola di Mira, era gremita da una folla multicolore. Da ogni parte dell’Albania erano giunti i principi in pittoresche vesti e fra loro prese parte anche il delegato della Repubblica veneta. D’accordo,  tutti i convenuti, crearono in breve la Lega dei principi albanesi. Giorgio Castriota venne eletto all’unanimità capo della lega e capitano generale dell’esercito. Diciottomila uomini ne attesero gli ordini e duecentomila ducati furono  consegnati al capo per i bisogni della guerra. L’esercito raccolto non sarebe bastato a presidiare le fortezze e nel contempo ad affrontare le truppe del Sultano. Altri soldati dovevano impugnare le armi, e Giorgio Castriota li raccolse, ordinanndo la coscrizione obbligatoria. Quanto di più buono vi era nell’esercito turco, Giorgio Castriota applicò  nel suo nuovo ordinamento militare. Per la prima volta le orde irregolari albanesi si mutarono in un complesso militare ben organizzato. Non più guerriglie; non più ciechi assalti ed esibizioni del valore singolo; una volontà di ferro ed una intelligenza fuori dal comune guidavano le sorti  ed affermavano il valore della nazione albanese. Viene istituito un servizio di spionaggio che penetra fino alla corte del Sultano. Si studia la topografia del territorio ogni gola, ogni sentiero anche tortuoso viene tenuto sotto controllo. Con forze due volte minori di quelle turche, Giorgio Castriota muove contro Alì pascià, alla testa di un potente esercito, con il quale Murat II voleva annientare l’ardire di colui che reputava un traditore.
Il 29 giugno del 1444 i due corpi vennero a fronte nella pianura di Torviollo: l’esercito turco due volte superiore fu sbaragliato dall’intelligenza di Skanderbeg e del suo fido generale Uranoconte. La battaglia di Torviollo segnò una lunga serie di successi sul turco che si
 protrassero per oltre venti anni. Ritengo a questo punto non dilungarmi oltre nello scrivere, anche perchè singoli ed importanti avvenimenti della vita dello Skanderbeg verrano pubblicati  in seguito, dove sarà possibile dissertare con maggiori dettagli.
I papi e tutta l’Europa lo additarono come l’Atleta di Cristo, ma l’indifferenza dell’Europa, incosciente del pericolo ottomano, avrebbe, di certo, potuto lenire le sofferenze per tutte le vittorie che lui e il popolo albanese  degnamente conseguirono. Il 17 gennaio del 1468, il capo della gente albanese , colpito da febbre malarica, consegnò la sua vita a Dio. Quando l’ombra della morte scese su quel nobile volto, un’angoscia senza nome invase l’Albania ed il mondo cristiano. Ognuno sentì in cuor suo il presagio che, con quella spoglia mortale, scendeva nella tomba anche la libertà della patria.
I contemporanei lo ammirarono come il campione più fulgido della Cristianità; i posteri gli riconobbero qualità mirabili di stratega e di reggitore di popoli; l’Albania, gli Arbereshe, gli Arvaniti e tutti gli albanesi nel mondo, lo ritengono nei secoli, l’Eroe della Nazione, la personificazione più perfetta del valore di un popolo e delle virtù di una razza.
Bibliografia:
A.Gegay, L’Albanie et l’invasion turque auXV siecle. Parigi 1937;
F. Cunniberti L’Abania ed il Principe Skanderbeg. Torino 1898;
A. Cutolo Scanderbeg Ist. per gli Studi di Politica Internazionale. Milano 1940;
Archivio Sforzesco Esteri;
Archivio di Stato Venezia ( Deliberazioni Secrete).
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