Gli intellettuali Albanesi nella Calabria risorgimentale

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GLI INTELLETTUALI ALBANESI NELLA CALABRIA RISORGIMENTALE
( Da Gli intellettuali arbëreshë e la rivista “Il Calabrese” – Cosenza 1993)
di Giuseppe Carlo Siciliano di Cerzeto ( Qana)

Parte 1^

Caratteri storici della letteratura albanese.
Il primo libro albanese a noi pervenuto è il Meshari (Il Messale) di G. Buzuku, stampato nel 1555. Ad eccezione del nome e dell’annotazione che questa opera è stata scritta dal 20 marzo 1554 al 5 gennaio 1555, nessun altro particolare si conosce della vita e dell’attività dell’autore. Con la traduzione di brani del Vangelo e di preghiere del rito cattolico, egli si era prefisso lo scopo di venire in aiuto ai preti e ai parroci nel diffondere il cattolicesimo tra gli albanesi.
L’albanese scritto fece nuovi passi in avanti nel XVII secolo. Per solerte iniziativa nella pubblicazione di opere e per attività patriottica, in questo periodo si rese assai noto un altro prete, Pjeter Budi.
Altra eminente figura di questo periodo è Frang Bardhi (Francesco Bianchi) (1606-1643), autore di un dizionario latino- albanese di oltre 5.000 termini, stampato nel 1635. Nell’ultima parte di questo dizionario sono riportati 113 proverbi popolari, sentenze e locuzioni, di cui solo alcune tradotte da altre lingue e la maggior parte raccolte direttamente dal popolo. Tuttavia, l’opera di maggior rilievo del Bardhi è Skanderbeg, un’apologia scritta nel 1636 sulla vita e le gesta dell’Eroe albanese. Di carattere storico ed in lingua latina, l’opera è una risposta polemica ad un vescovo bosniaco, il quale aveva cercato di negare l’origine albanese di Giorgio Castriota Skanderbeg.
Il profondo attaccamento alla madre patria e il sentimento d’orgoglio nazionale sono le caratteristiche che distinguono l’opera del Bardhi. Egli, infatti, basandosi su fatti tramandati dalla memoria del popolo e su numerose fonti storiche, con rara capacità di polemista, con uno stile agile ed una ricca espressività linguistica intrisa di ironia, confuta ad una ad una tutte le tesi del vescovo bosniaco, dimostrando, alla fine, l’arroganza della tesi basata su falsi storici e su volgare menzogne.
La produzione letteraria albanese che si sviluppò durante il XVI e il XVII secolo, nonostante il suo carattere prettamente religioso, ebbe un’importanza fondamentale non solo dal punto di vista culturale e linguistico, ma anche da quello storico. Nel momento in cui l’Albania era soggiogata dall’occupazione straniera (che mirava alla completa sottomissione del popolo), le opere degli autori, sia quelli della diaspora, che quelli presenti in patria, furono una autentica espressione della resistenza degli albanesi al lento ma inesorabile processo di assimilazione messo in atto dall’Impero Ottomano.
“L’amore ardente per la lingua materna si manifesta possentemente, quale caratteristica comune di tutti questi scrittori. In una nota posta alla fine del suo Messale, Gjon Buzuku afferma di aver scritto l’opera spinto dall’amore per il suo popolo”. Frang Bardhi si lamenta perché la lingua albanese “sta scomparendo ed imbarbarendosi” sotto i colpi dell’occupante straniero; per salvare la nostra lingua, dice, è assolutamente necessario far rinascere nell’animo degli albanesi l’orgoglio per i passato storico del paese. Pjetër Bogdani lavorò, come egli stesso ha detto, affinché la cultura e la lingua albanese non scomparissero.
Gli sforzi compiuti per un maggior sviluppo della cultura e della sapienza costituiscono un altro aspetto della attività zelante e viva dei primi autori dell’antica letteratura albanese. L’ignoranza, il buio in cui viveva il popolo, costituiscono, per questi autori un grave ostacolo, una delle principali cause del miserando stato in cui languiva il paese. “Gli uomini soffrono nell’ignoranza e nella schiavitù… La sapienza e la saggezza stanno scomparendo”, dichiara il Bogdani. Egli insiste perché venga sviluppata la cultura albanese e per questo, dice, bisogna mettere a disposizione della popolazione libri scritti nella sua lingua materna, è necessario elaborare la lingua attraverso pubblicazioni, per farne uno strumento di cultura ed è necessario raccogliere attentamente e con amore il suo tesoro direttamente dal popolo. L’appello rivolto alle persone colte perché scrivino libri in albanese, echeggia anche nelle opere del Budi”. (1)
Dopo la completa annessione dell’Albania da parte dell’Impero ottomano, molte famiglie (provenienti prevalentemente dal Sud del paese), avevano trovato ospitalità nel Regno di Napoli, dando vita alla diaspora arbëreshe. La stanzialità delle popolazioni arbëreshe diede luogo al sorgere di un nuovo ambito culturale divenendo, contemporaneamente, opportunità per il mantenimento e la difesa del grande patrimoni orale della cultura dei padri e la sua rielaborazione in chiave più moderna e più vicina ai canoni estetici occidentali, senza per questo snaturarne gli arcaici contenuti e la purezza estetica e metaforica.
L’invito a difendere la cultura trovò, tra gli intellettuali italo-albanesi, la massima espressione. Grazie all’opera del De Rada (e di molti altri esponenti minori), le tradizioni folcloriche, i canti popolari, i costumi di vita, ripresero quella propria dignità di cultura nazionale.
Ciò non significò la mera difesa del patrimonio culturale arcaico, ma, piuttosto, un elemento di diversità nel panorama della cultura europea, che sapeva trarre l’ispirazione dalla propria matrice, per divenire una pura espressione artistica in un ambito universale.
“Se dunque si ritiene utile la conservazione dei dialetti di una regione; se sono apprezzate le raccolte di letteratura popolare e se si raccomanda da ogni parte che le tradizioni popolari siano conservate e studiate come prezioso contributo alla etnografia e alla demopsicologia; se, in generale, gli studi folkloristici sono coltivati con vivo interesse e con amorosa cura presso le nazioni colte e progredite e già entrate nel dominio della storia dell’umanità per la loro partecipazione allo sviluppo della civiltà e all’incremento del progresso; tanto più devono coltivarsi presso quei popoli che, come l’albanese, soltanto nella letteratura popolare hanno riposto finora tutto il loro patrimonio morale e intellettuale, e soltanto nella tradizione, negli usi e nei costumi trovano riassunta la loro storia e rispecchiata la loro psiche collettiva, e vi trovano raccolto in meravigliosa sintesi il codice religioso è civile che regola la vita familiare e la vita sociale…”. (2)

La Letteratura della Rinascita Nazionale.
L’arco di tempo che va dalla prima metà del secolo XIX al 28 novembre 1912, quando il popolo albanese riuscì ad ottenere il riconoscimento ufficiale della propria autodeterminazione politica, scrollandosi di dosso il giogo ottomano che lo aveva oppresso per quasi cinque secoli, è uno dei periodi più importanti della sua storia politica e culturale. Questo arco di tempo, durante il quale la lotta di liberazione del popolo albanese assunse un impeto senza precedenti e la cultura albanese registrò profondi mutamenti, è conosciuto con il nome di “Rinascimento Nazionale Albanese”.
La nascita del movimento nazionale albanese e la creazione di varie società patriottiche albanesi in tutto il mondo, furono accompagnate da un vasto sviluppo della stampa democratica. I giornali (specialmente quelli fondati dagli italo-albanesi), si dimostrarono un grande strumento per la diffusione delle idee patriottiche sia all’interno, che all’esterno dell’Albania, e portarono la questione albanese alla conoscenza di un vasto pubblico internazionale. La stampa svolse un grande lavoro per rafforzare la coscienza nazionale e per ingrossare le fila del movimento patriottico.
Il primo organo di stampa italo-albanese era L’Albanese d’Italia, fondato e diretto dal grande poeta arbëresh Gerolamo De Rada, che vide la luce a Napoli nel 1848, al quale seguì la rivista Fjamuri i Arbrit (La bandiera albanese), sempre fondata e diretta dal De Rada, a cui dettero il loro contributo non solo le personalità artistiche e politiche albanesi, ma anche numerose personalità della cultura europea.
Questi organi di stampa erano strettamente legati alla lotta di liberazione nazionale; essi riflettono le aspirazioni del popolo albanese per una vita libera ed indipendente, per il progresso economico e sociale del paese, per il rifiorire della cultura nazionale. La stampa patriottica fu di particolare aiuto per la formazione e la divulgazione del sentimento nazionale, ma anche lo strumento di tutti gli albanesi per la nascita ed il riconoscimento della Nazione Albanese.
I giornali e le riviste che videro la luce durante il Rinascimento Nazionale Albanese, furono di grande importanza, perché divennero la culla della letteratura nazionale. Infatti, la maggior parte degli autori, fra cui Gerolamo De Rada, Naim Frashëri, Asdreni e molti altri, fecero conoscere le loro opere proprio attraverso le colonne dei loro giornali. In questo periodo la letteratura registrò importanti mutamenti. Sotto l’influsso della nuova realtà storica, dei vertiginosi avvenimenti della vita interna, e del movimento internazionale guidato dagli albanesi d’Italia, essa rompe i legami con le ideologie contrarie alla nascita ed all’autodeterminazione della Nazione Albanese, si rivolge ai fatti e alle esigenze più immediate della vita quotidiana del tempo, tratta nuovi argomenti (tralasciando, per esempio, la creazione di carattere prettamente religiosa), si mette al servizio del movimento patriottico, divenendo una potente arma di propaganda. In essa vengono trattati, e trovano soluzione, compiti di carattere antropologico, folklorico, culturale tradizionale, ecc. Gli scrittori ed i poeti parlano della grave situazione economica in cui versa il popolo albanese, delle difficoltà delle minoranze albanesi sparse nel mondo.
Negli anni ’40 esplose il grande talento letterario di Gerolamo De Rada, il quale diede alle stampe un grande romanzo lirico dove era riportata tutta la tragedia del popolo albanese, le sue aspirazioni ad una vita migliore, alla libertà, alla fine del mondo medievale in cui l’aveva relegata il potere ottomano. L’opera, Il Milosao è un componimento lirico che ha appassionato i massimi intellettuali europei, e che è stata reputata dai critici dell’epoca come “un’opera dal grande respiro artistico, vicino all’ideale artistico di Lord Byron, che trova il suo essere nella filosofia romantica della liberazione dell’uomo”. A quest’opera, il De Rada, fece seguire la Serafina Thopia, ed il poema Skënderbeku i pa-fan (Skanderbeg senza fortuna), e molte altre creazioni, tutte impregnate dell’arte e delle filosofia popolare tramandata da millenni tra le genti albanesi.
Nello stesso periodo un altro grande della letteratura albanese, Francesco Antonio Santori, pubblica Valle e haresë e madhe (La danza della grande gioia), il dramma Emira l’opera a sfondo politico Il prigioniero politico, in cui descrive lo stato disumano in cui vengono tenuti i prigionieri politici dal potere borbonico del Regno di Napoli e molti altri scritti di carattere nazionalistico.
Altra grande figura è Gravil Dara il Giovane, il quale con L’ultimo canto di bala, riesce a dare un affresco meraviglioso dell’Albania ai tempi di Skanderbeg e della lotta che il popolo albanese sostenne contro l’avanzata dell’Impero Ottomano.
A questi autori vanno aggiunti una miriade di intellettuali arbëresh che, pubblicando opere di alto contenuto letterario e politico, hanno dato vita a quello che Francesco De Santis chiama “Il romanticismo italo-albanese”. personaggi come Domenico Mauro, Angelo Basile, Giuseppe Petrassi, ecc. hanno saputo coniugare la lotta armata contro l’oppressione borbonica con l’arte letteraria e essere da esempio sia per le genti del meridione d’Italia, che per il popolo albanese, che in essi vide l’esempio per un reale riscatto della propria dignità di popolo.
Il moderno contenuto delle opere letterarie, la loro stretta connessione con la lotta generale di liberazione nazionale furono di incitamento per la creazione di nuove forme espressive. In questa fase di sviluppo letterario, si manifestano e si sviluppano le nuove tendenze artistiche. Un posto di rilievo è tenuto dalla poesia, che ne riceve un notevole impulso. Successivamente si diffondono lo schizzo, il racconto ed il romanzo che alla fine del XIX secolo, segnarono la nascita della prosa in lingua albanese. Tra i principali drammaturghi albanesi, spicca la figura di F. A. Santori con l’opera Emira.
Conseguentemente, con lo sviluppo della creazione artistica, viene sempre più diffondendosi il filone di critica letteraria che diventa ben presto una creazione a se stante, e che vede impegnati molti intelletti albanesi.

La Letteratura Italo-Albanese del secolo XIX.
Il XIX secolo trovò la letteratura arbëresh impegnata nel processo di un nuovo sviluppo dovuto al crescere del movimento liberal-democratico di quell’epoca in Italia ed alla nuova fase più elevata, in cui era entrato in questo periodo il movimento patriottico in Albania, con il quale gli uomini di cultura e gli scrittori arbëresh mantenevano frequenti contatti, grazie soprattutto alla presenza del Collegio Italo-Albanese di San Adriano di San Demetrio Corone, che fu la vera fucina dell’intellighenzia albanese.
Gli arbëresh soffrivano non solo per lo sfruttamento da parte dei latifondisti borbonici, ma anche per il feroce e crudele dominio dei governanti di Napoli, che tenevano ancora il popolo del Regno in una situazione di sottomissione e di precarietà economica. Ed è per questo che nell’animo e nelle menti di queste masse trovò fertile terreno l’idea di libertà, l’idea della lotte contro l’assolutismo e la tirannia, che si propagò in tutta l’Europa dopo la Rivoluzione Francese del 1789.
Gli arbëresh furono in testa al movimento rivoluzionario, ai complotti ed alle insurrezioni, che pervasero la vita sociale e politica di queste province povere ed arretrate del Mezzogiorno d’Italia, durante tutto il XIX secolo, e fino alla creazione dello stato unitario italiano. Essi combatterono dapprima in favore della divulgazione delle idee della Rivoluzione Francese, poi per l’avvento comunardo nel Regno di Napoli. Quando Napoleone Bonaparte tradì lo spirito rivoluzionario (incoronandosi imperatore), non esitarono a divenire i promotori delle rivolte anti-francesi nelle Calabrie, (3) e a riportare sul trono di Napoli i Borboni di Spagna, scegliendo quello che appariva il male minore. Ma non per questo essi rinnegarono la lotta contro l’assolutismo ed in favore dei diritti civili. Tutto il XIX secolo fu segnato dalle continue rivolte per ottenere una costituzione dei diritti dei sudditi. I circoli rivoluzionari di Cosenza e di Napoli (tra i più importanti del Regno) erano guidati da eminenti uomini politici arbëresh, come Domenico Mauro di San Demetrio Corone, Angelo Basile di Plataci, Giovanni Mosciaro di San Benedetto Ullano, i fratelli Petrassi di Cerzeto, Raffaele Camodeca di Castroregio, ecc.. Gli arbëresh parteciparono massicciamente alle lotte del 1837, del 1844, del 1848, e furono presenti nelle schiere dell’esercito Garibaldino.
In questa elettrizzante atmosfera andò sviluppandosi nella letteratura arbëresh un filone romantico proprio, che ebbe come stimolo l’entusiasmo della lotta per la libertà e per un avvenire migliore, entusiasmo da cui era pervasa tutta la società arbëresh. La nostalgia della patria d’origine, l’Albania, il ricordo orgoglioso dell’epoca gloriosa di Skanderbeg, erano conservati vivi nel folklore arbëresh e divennero, nelle nuove condizioni storiche e sociali, la fonte principale da cui gli scrittori arberesh trassero i principali motivi per le loro opere poetiche. Ciò non solo rispondeva all’amore degli italo-albanesi per la patria dei loro antenati, ma anche allo spirito di libertà e all’odio verso il dispotismo degli oppressori stranieri, che ribolliva negli animi degli arbëresh.
Questa tematica trova la propria espressione poetica nelle opere di Girolamo De Rada, di Gabriele Dara il Giovane, in una serie di poesie liriche piene di ispirazione di Giuseppe Serembe, di Francesco Antonio Santori e negli scritti di innumerevoli autori minori. A fianco a queste opere, ci sono molte altre composizioni, in cui è descritta la vita quotidiana nei villaggi arbëresh; in cui vengono trattate alcune questioni sociali ed economiche, come la difficile esistenza nella più squallida miseria in cui era costretto a vivere il popolo dall’assolutismo feudale, in cui si trova occasione per accusare i latifondisti dei problemi esistenziali del popolo, e ispirare in quest’ultimo i sentimenti di rivalsa e di liberazione. Il villaggio arbëresh e la misera condizione in cui è costretta la gente comune nella società del tempo, costituiscono l’argomento delle opere del Santori, del Serembe, dello Stratigò e di altri.
Gli autori arbëresh del XIX secolo, in quanto romantici, diedero preferenza alla lirica, nel più vasto significato della parola, quale espressione delle meditazioni del poeta, nelle quali vengono sintetizzati i fenomeni della vita. Proprio questo atteggiamento, ha dato vita ad una vasta produzione di opere legate al genere lirico-epico, come i poemi eroici, le poesie di contenuto lirico, le ballate popolari, ecc.
Minor sviluppo ebbero gli altri generi letterari. Rare furono le produzioni di romanzi, drammi e testi teatrali, trascurate sia per motivi di natura economica (alti costi editoriali e scarsi mezzi degli autori), che per logici problemi divulgativi.

NOTE
1) Bihiku, Koço -Storia della letteratura Albanese, Ed.”8 Nentori”, Tirana 1981, pp. 17-18.
2) Petrotta, Gaetano -Popolo Lingua e Letteratura albanese. Palermo 1932. (II tiratura con aggiunte e correzioni), pagg. 86 e 87.
3) cfr. Tajani, Francesco -Le Istorie Albanesi. corpilate da Francesco Tajani, Edizione “Casa del Libro” del
Dott. Gustavo Brenner, Cosenza.
L’autore riporta, nel cap. V, parag. 10, pag. 92, riferendosi alle rivolte anti-francesi in Calabria: “Ne tacer si deve che se le soldatesche francesi ai violenti attacchi ai duri trattamenti quasi furono provocate pur talvolta, ad onta la militare disciplina ed il rigor dei capi esse medesime provocatrici di avversioni facevansi.
“Così uno attentato all’onore di onesta donna di Soveria spinse a insorgere le bande di Gizzeria Albanese… con quelle di Soveria istessa per vendicarlo; onde alla guerra per non sapersi scegliere un padrone (che tal’era la trista condizione de’ popoli) altro fuoco aggiungevano, molti e degli uni e degli altri estinti rimasero.
Gizzeria da quel momento dichiarata nemica al nome francese tale si tenne sempre, più volte le sue terre dagli stranieri vide calpestate e mal vista fu tanto che per fino il linguaggio e gli usi ebbe turpati.”

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