Gli Italo Albanesi e l’Unità d’Italia

550229_3756481002544_721672864_n Conferenza tenuta a Ururi ( Campobasso) da Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro il 9 Marzo del 2012
In tutte le vicende storiche susseguitesi in Italia nel corso del XVIII e XIX secolo, determinante è stato il contributo che gli italo Albanesi hanno apportato alla causa della libertà. Quale è stato il motivo per cui le comunità arbereshe di Calabria, in quei periodi, si sono trovate ad assumere un ruolo predominante nei rivolgimenti risorgimentali meridionali? Perchè studenti, uomini di pensiero, di chiesa, borghesi, artigiani e proletari hanno avvertito la necessità di organizzarsi per creare un sommovimento politico e sociale di schietto carattere rivoluzionario? Che cosa ha spinto queste popolazioni a riporre da parte la loro condizione di minorità e quindi di misurarsi con i grandi appuntamenti della Storia d’Italia? Sicuramente le cause sono da ricercare nelle condizioni di vita disumana che dovettero condurre fin dal loro primo insediamento nell’Italia meridionale, dove stagnante ed ancestrale si presentava il regime feudale. Il Carducci afferma che il Risorgimento Italiano trova la sua origine, evolvendosi gradualmente, dai risvolti che la Pace di Aquisgrana ha dato alla positura geografica e politica dell’Europa. Questa affermazione può, forse, giustificare la politica risorgimentale nazionale, ma non quella circoscritta e decisiva degli Arbereshe. Dal loro arrivo, nella seconda metà del XV secolo, gli albanesi avevano trovato nell’Italia Meridionale e, soprattutto nella Calabria, quella terra capace di ospitare la loro cultura insofferente ad ogni forma di sopraffazione e di prevaricazione. Secoli trascorsi in silenzio, attorno ad un caldo focolare dove cantare le gesta epiche di Skanderbeg e dei migliori giovani, morti per la libertà della madrepatria; a parlare l’originale idioma, a professare l’avita religione, a comporre nuove leggende su un prossimo ritorno nella patria liberata. Secoli di attesa, tra rimpianti e sudore, miseria e lotta quotidiana. Furono, nei primi anni di permanenza meridionale, nella loro subalterna condizione economica e culturale, identificati e presentati alla coscienza comune, come “barbari”, ” selvaggi” , uomini non civilizzati ed immersi in un tribalismo arcaico senza luce intellettuale e senza speranza di progresso. Tutto sopportarono gli Arbershe, ma lentamente, faticosamente, dopo due secoli di relativo lassismo della coscienza, si elevarono a protagonisti della storia meridionale e italiana, offrendo con Baffi, con Mauro, con Vaccaro, con Gramsci, con Crispi , con Damis e Rodotà, il meglio della vita intellettuale, civile politica nazionale. Nella loro grande caparbietà e nella loro voglia assoluta di emergere, con la istituzione del Collegio Italo Albanese, il più rinomato nel meridione d’Italia e secondo solo alla Nunziatella di Napoli, furono fra i primi ad accogliere le idee dell’Illuminismo, propagandole non solo nelle loro comunità, ma anche in tutto il resto delle Calabrie. In quella Scuola, definita da Ferdinando II covo di vipere e fucina del diavolo, nacque il Romanticismo Calabrese in contrapposizione a quello convenzionale; in quella Scuola venivano lette e declamate le poesie di Byron; in quella Scuola si strinsero i legami fra gli Albanesi ed il resto dei patrioti dell’Italia meridionale, in quella scuola furono ideati i moti del 48 nell’Italia meridionale;in quella Scuola fu progettato l’attentato al Borbone per opera di Agesilao Milano; in quella Scuola si esercitarono agli ideali di libertà , Damis, Mauro, De Rada, Pace, Luci ed altri, che risultarono essere fra i maggiori protagonisti meridionali, nel processo dell’unificazione dell’Italia.
Con l’assestarsi delle idee illuministiche e dei fermenti della nuova cultura europea, che precedettero la trasformazione della società in via di decomposizione, la nuova e colta classe dirigente arbereshe, per lo più costituita da cattolici, come il Bugliari, il Bellusci e il Baffi, si identificò come tutrice del diritto naturale cristiano e quindi molto vicina agli ideali francesi di fraternità ,di eguaglianza e di libertà e costitutrice di un giacobinismo anomalo: quello cristiano. Grande figlio di quel periodo fu Pasquale Stefano Baffi, di Santa Sofia d’Epiro, considerato come il più grande grecista del tempo, ministro e martire della Repubblica Napoletana. Inaudita fu la reazione dei Borbone e il martirio del Baffi e di altri nobili, non potè non dare maggiore impulso al movimento liberale arbereshe per il raggiungimento di una esistenza più umana. E poi, in crescendo, senza sosta, ergersi a protagonisti delle rivolte cosentine del 1820; ispiratori delle rivolte popolari del 1837; fondatori del Circolo Calabrese nella capitale del Regno, dove trovarono asilo gli uomini, le idee più fresche ed illuminate d’Europa.

Affrontando il periodo prossimo all’Unità d’Italia, non è necessario ripercorrere con minuziosità le tappe e nemmeno i momenti più salienti della vicenda militare, rischiando di rivestire quelle eroiche gesta di aloni mistici, ma importante è evidenziare e cogliere l’elemento, l’elemento più importante del Risorgimento nell’Arberia Calabrese, vale a dire lo “spirito” risorgimentale, che consistette in un poderoso moto di modernizzazione della società e della cultura locale dopo il secolare e dignitoso equilibrio del periodo borbonico. Il Risorgimento degli arbereshe, pertanto, non deve essere inteso unicamente come attivismo militare, come ribellione alle costrizione dell’antico regime, ma anche come anelito al conseguimento di uno status ideale moderno. Nel 1844, il 15 marzo, gli Italo Albanesi avevano tentato la presa dell’Intendenza di Cosenza e la Proclamazione della Repubblica. Il tentativo falli in un bagno di sangue: quattro giovani caduti fra gli insorti sul campo di battaglia, venticinque condanne a morte ( di cui dieci eseguite) e numerose pene alla carcerazione. Il tentativo, però, non fallì sul piano politico internazionale. La Rivolta degli Albanesi, come è stata definita, ebbe grande risonanza in tutta Europa, tanto da spingere i fratelli Bandiera, alcuni mesi dopo, a tentare di raggiungere gli insorti arbereshe e dar loro manforte. Ma anche il loro tentativo ebbe una triste fine: anche loro furono fucilati con gli altri arbereshe.
Senza mai sosta, dopo aver seppellito i loro morti e curato i feriti, con lo stesso impeto di prima, la lotta restava senza sorta di interruzione, tra trame segrete e costituzione dei circoli carbonari. Nugoli di giovani intellettuali, atleti del Collegio Italo Albanese e della Università privata di Cervicati, voluta da Francesco De Sanctis, giravano per le contrade della provincia spargendo il seme della rivolta, dell’anarchismo e della libertà totale dell’individuo. Nel loro girovagare, contrada per contrada, villaggio per villaggio, persona per persona, lentamente raccoglievano quell’esercito popolare sottratto alla vanga e al solco della greve terra.
Nel 1848, dopo che Ferdinando II revocò Costituzione, l’Arberia Calabrese insorse con le armi e gli italo Albanesi furono i primi che si misero a disposizione del Comitato di Salute Pubblica costituito in Cosenza, fra questi vanno ricordati: Gennaro Placco, Domenico Damis, Domenico Mauro, Giuseppe Pace, Vincenzo Luci, Raffaele Vaccaro, Domenico Chiodi, Francesco Saverio Tocci, Nicola Tarsia e molto altri ancora. Gli Arbereshe si trovarono il 22 giugno di quell’anno al fatto d’arme di Spezzano Albanese e il 27 in quello di Castrovillari, ma inutilmente essi si batterono con tanto valore, perché non avendo voluto il Ribotti prendere l’offensiva, il generale borbonico Lanza, che prima non aveva avuto l’anima di attaccare le forze insurrezionali di Campotenese comandate da Domenico Damis, superò quel passo, e riuscito a ricongiungersi con il Busacca a Castrovillari, l’insurrezione fu domata nel Cosentino, come contemporaneamente fu domata nel resto della Calabria.
E’ noto che la Calabria, fra tutte le regioni del Napoletano, ebbe il vanto di dare il maggiore contingente alla Spedizione dei Mille con ben 46 elementi di cui 5 Italo Albanesi. Essi formarono la 3 compagnia del piccolo esercito, che dapprima fu comandata da Francesco Stocco da Decollatura , poi da Francesco Sprovieri e Domenico Damis. In quella compagnia –scrive l’Abba – erano inquadrati degli uomini insigni come gli Italo Albanesi Crispi, Damis e i fratelli Mauro e avvocati, medici e futuri senatori..Pareva la compagnia dei savi.
Tutti si batterono da Leoni e uomini come il Damis e Raffaele Mauro, dopo dieci di ergastolo nei bagni di Santo stefano, furono i primi ad irrompere in Palermo il 27 maggio del 1860. Liberata la Sicilia, Garibaldi mandò i Damis in Calabria a preparargli la strada e qui egli organizzò il famoso “ Battaglione degli Albanesi” o Divisione Damis, che alla battaglia del Volturno si battè con tanto valore da essere encomiato con espresso ordine del giorno dallo ste

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