Il Contributo degli Italo Albanesi al Risorgimento – Il Generale Pier Domenico Damis

 

Ripensando a Pier Domenico Damis, non si può non sentirsi compresi da un senso di riverente ammirazione, perchè egli  fu il più nobile patriota che ebbe la Calabria negli ultimi rivolgimenti, e una di quelle figure diritte, irradiate dalla luce della virtù e del sacrificio, innanzi a cui si gode se si è buoni. Nacque a Lungro da Antonio e Lucia Irianni ( zonja Lluçie Vrakes), onesti e ricchi signori, il 24 febbraio del 1824; studiò nel Collegio Italo Albanese di San Demetrio Corone, e, compiuti gli studi  in quel liceo, andò a studiare  Filosofia, Belle Arti e Legge a Napoli.
Dotato, però, d’ingegno, vivace ed educato sui classici latini e greci, le idee innovatrici, incominciarono ben presto ad accenderlo, e, ascrittosi alla Giovane Italia, si diede con determinata disinvoltura a cospirare. Prese parte, appena ventenne, all’insurrezione cosentina del 15 marzo del  1844, e fallito quel moto, egli, per sottrarsi ai rigori della reazione borbonica, dovette darsi alla latitanza, nella quale perdurò finchè, dopo la strage dei Bandiera, re Ferdinando venne a più miti consigli concedendo un’amnistia. Ma, tornato libero non stette quieto; riprese gli studi giuridici, tanto che, di lì a poco, nel 47, si laureò a Napoli. Nello stesso tempo fondò in Lungro una delle società filiali della Giovine Itali, e seppe tanto bene educare ai sensi di libertà i suoi concittadini, che, non molto tempo dopo, potè condurre a commbattere contro la tirannide, un vero e proprio esercito di prodi.  Insorta la Calabria il 48 egli fu fra i primi che si misero a disposizione del Comitato di Salute Pubblica a Cosenza con Giuseppe Pace , Francesco Saverio Tocci,Domenico Chiodi, e Domenico Mauro. Partecipò così alla battaglia di Campotenese e ai fatti d’arme di Spezzano Albanese eseguendo la ricognizione della posizione dei regi ordinatagli dal Generale Ribotty che aveva il quartier generale a Cassano. Ma inutilmente combatterono colà con valore, perchè, non avendo saputo o voluto il Ribotty prendere l’offensiva, il generale Lanza, che prima non aveva avuto l’animo di attaccare le forze insurrezionali di Campotenese comandate da Domenico Mauro, superò quel passo, e riuscito a ricongiungersi con il Busacca a Castrovillari , l’insurrezione fu domata nel  Cosentino, come contemporaneamente fu domata nel resto della Calabria. Incominciata quindi ad infierire la reazione borbonica egli fu arrestato a Lungro ( Ka Kastjeli in casa Molfa…ancora di nostra proprietà), e per poco quell’arresto non cagionò gravi lutti; poichè appena si  seppe che lo si voleva arrestare, tutta la popolazione del suo paese insorse furibonda contro la gendarmeria borbonica. Ma il Damis intervenne a tempo a impedire il conflitto, e raccomandata con nobili parole la calma, per risparmiare al paese i danni di una invasione militare. Si svolse, scrisse il giovane Raffaele Vaccaro, una scena indimenticabile, perchè tutti si commossero, e discendendo da casa Molfa, attraversando la piazza antistante il palazzo di famiglia, la madre gli lanciò fiori e confetti bianchi e uno dopo gli altri, uomini, donne, di ogni classe, di ogni età vollero baciargli la mano. Anni dopo scriveva da Napoli al suo compaesano, il filosofo Camillo Vaccaro: “Se anche vivrò mille anni, non dimenticherò mai la violenza della commozione da cui fui allora assalito, quella scena mi compensava non solo dei dolori sofferti, ma creava in me una riserva provvidenziale di fede e di forza per affrontare vittorioso le sofferenze avvenire”.
Arrestato e condotto a Cosenza, fu rinchiuso in quelle carceri, e il 1852 fu condannato dalla Gran Corte Criminale di Cosenza a 25 anni di carcere duro, dei quali scontò una parte nell’ergastolo di Santo Stefano, dove ebbe compagni Settembrini, Poerio, Spaventa e Raffaele Vaccaro, quest’ultimo morì govanissimmo fra le sue braccia e pianto fanciullescamente dal buon Gennarino Placco.
Venuto poi  il ’59, e fatta da re Ferdinando la nota commutazione di pena, egli che allora si trovava nel bagno penale di Nisida, fu imbarcato con gli altri per l’Argentina e sbarcato anche lui con altri sessantasei condannati politici nella baia di Cork in Irlanda, per il noto fatto del figlio del Settembrini,, passò a Bristol e a Londra e di là  rientro in Italia. Stette per circa nove mesi a Torino, dove con Crispi, anch’egli arbereshe di Sicilia, veementemente cercarono di convincere  Garibaldi a capitanare la Spedizione e ci riuscirono. Imbarcatosi a Quarto, con Crispi ed i fratelli Domenico e Raffaele Mauro di San Demetrio Corone, sulla nave Lombardo fu nominato luogotente e vice comandante della terza compagnia. A Calatafimi, essendo stato ferito gravemente Vincenzo Sprovieri, per gli atti di valore compiuti fu nominato comandante della terza compagnia con il grado di Capitano. All’alba del 27 maggio, la sua compagnia, ove militavano il barone Francesco Stocco, Luigi Miceli, i fratelli Mauro ed Antonino Plutino, fu la prima , con la copertura dei Carabinieri Genovesi, a battersi con succcesso sul Ponte dell’Ammiraglio entrando così per primo a Palermo. Scrisse Ferdinando Bianchi” entrò per primo a Palermo, pareva fosse indemoniato gridando per tjie Rafè ( riferendosi al suo giovane compaesano Raffaele Vaccaro morto di stenti nel Bagno di Santo Stefano. vedi C. Vaccaro). Decorato fu nominato Tenente Colonnello, giudice del tribunale di Guerra e quindi addetto allo Stato Maggiore di Garibaldi. Liberata poi la Sicilia, quando Garibaldi mandò Plutino, Stocco e Bianchi in Calabria per preparargli la strada, egli scrisse al fratello la seguente lettera, che è bene sia letta per intero, perchè basta a dare un idea della grande sincerità del suo amore per la patria:

” Caro Fratello,
Sto in Sicilia da un mese  e mezzo circa: con chi ed a che scopo non giova il dirtelo. Tu ben lo sai. Verrò anche costì fra non guari, e col medesimo intendimento che mi ha condotto qui. Tu apparecchiati a  ben ricevermi. Mi precederanno nel passaggio in cotesti luoghi tre miei carissimi amici: Antono Plutino, Francesco Stocco e Ferdinando Bianchi. Questa mia ti verrà recapitata da uno di loro. Ti metterai in relazione con tutti e tre, e da essi prenderai i concerti e gli ordini di quanto converrà fare. Adoperati a riunire il maggior numero di armati che puoi.
Inviterai alla medesima opera tutti i nostri amici del Distretto e fuori. Scrivi ai Tabani ( Acquaformosa), agli Oliverio, ai Bruno, ai Balsano, a Vincenzino Luci,ai Gramazio, ai Capparelli, ai Bellusci, ai Migaldi e a quanti  altri crederai disposti alla nostra impresa. L’è questo, tempo di energia e di sacrificio. La vittoria sarà nostra senza fallo, se sapremo fare. Dimenticati per qualche mese delle private faccende. Solo tua cura,  unico tuo affare sia per ora la causa del paese. L’acquisto della libertà sarà sufficiente compenso  di qualsiasi danno che ti toccherà negli interessi. Vincere o morire è il mio proposito. Sia questo anche il tuo, e di quanti si uniranno con te. Il difettto di armi non vi sgomenti: Ne sarete provveduti a sufficienza e al più presto. Noi non vi lasceremo operare soli per molti giorni. Ci vedrete arrivare quando meno pensate. Se a renderci padroni della Sicilia ci bastarono quindici giorni, immaginatevi se a torre le Calabrie ai regi ci  abbisogneranno degli anni.
Ricordati che la prova più grande che tu possa darmi del tuo affetto, sta nell’energia con cui seconderai la nostra Nobile Impresa alla quale mi sono consacrato. Addio.
Ama
Il tuo fratello Domenico.”
Poi il Damis fu mandato anche lui in Calabria con Pasquale Mileti e Giuseppe pace, che erano scesi in Sicilia con la seconda spedizione, quella comandata da Giacomo medici, e valendosi del credito grandissimo che, come il  Pace, godeva nel circondario di Castrovillari, non è a dire quanto bene egli allora facesse alla rivoluzione nella sua provincia. Quando il Comitato di Cosenza, composto da Francesco Guzzolini, Pietro Compagna, Donato Morelli e Domenico Frugiuele- seguendo le istruzioni dategli da Garibaldi,  il quale desderava  che la Calabria  insorgesse prima che egli vi sbarcasse, per giustificare dinnanzi all’Europa la sua venuta- chiese con una circolare che tutti si obligassero per iscritto. Costituì un battaglione formato da soli Italo Albanesi, in sostanza si trattava di una Divisone, e di cui si fara separata trattazione, e con immediatezza inviò Giuseppe Pace e Vincenzo Luci a guardare con le forze insurrezionali il passo di Campotenese, per impedire che si ripetesserro gli errori del ’48, se mai, a domare gli insorti, il Governo Napoletano, avesse inviato truppe in Calabria per la via regia o le avesse fatte sbarcare su qualche punto della costa.
 Il 1° ottobre del 1860 ai Ponti della Valle, e il di seguente a Caserta Vecchia a capo del Battaglione degli Albanesi o Divisione Damis, da come risulta negli archivi del Comando della Regione Militare Meridionale, lui e i suoi ARBERESHE, si batterono con tanto valore che Garibaldi sentì il bisogno di encomiarli pubblicamente con un espresso ordine del giorno così proferendo” BRAVO DAMIS I TUOI ALBANESI SI SONO BATTUTI DA LEONI”( G. Garibaldi Memorie autobiografiche pag. 391). e lo stesso giorno con decreto Dittatoriale fu nominato vice comandante dell’Esercito meridionale. Entrato poi nellesercito reglore con il grado di colonnello, si distinse in tutte le guerre di Indipendenza ed eletto per tre legislature deputato si congedò dai suoi elettori per consacrarsi interamente al disimpegno del suo alto ufficio militare. Nel 1882 venne nominato, Comandate della Regone MilitareTosco- Emiliana raggiungendo così la carica più alta  che è dovuta ad un militare. Si ebbe dal Governo la Croce dell’Ordine Mauriziano, quella di Cavaliere e di Commendatore della Corona d’Italia e fra tutte le medagli che ottenne, quelle che, a confessione dei suoi, gli tornaronno sempre gradite furono quella dei Mille e quella ricevuta da Garibaldi per la presa di Palermo, che naturalmente gli ricordavano il passo più temerario dato da lui , dopo dieci anni di ergastolo. Nel 1897, sentendosi ormai stanco, volle ritirarsi nella sua Lungro e congendatosi con il grado di Tenete Generale, attese con molta umiltà, alla sopraintendenza delle scuole, perchè scontento della nuova società, tanto diversa da quella vagheggiata da lui e dai suoi antichi compagni di lotta e di fede. A Lungro, dopo sette anni vissuti tranquillamente, si spense con la serenità di un savio antico il 5 ottobre del 1904.

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