“Il mostro partorito dall’Etna” e gli indomabili alunni del San Adriano

imagesQDHVGHPU ” L’età del Risorgimento diventa il periodo saliente di un secolare travaglio culturale e civile delle popolazioni albanofone cosentine, che culmina con la partecipazione attiva e drammatica ai moti liberali della Nuova Italia. In questo contesto, il ruolo del Collegio di “San Adriano” è fondamentale, perché da esso si irradiano tutte le energie intellettuali e morali che preparano e sostengono l’adesione entusiastica dei giovani italo albanesi alla causa unitaria, che diviene espressione etico-politica della loro convinta volontà di adesione alla storia civile e culturale italiana”
( Costantino Marco)

Nel 1858 il Collegio Italo Greco Albanese San Adriano, chiuso temporaneamente dopo l’attentato di Agesilao Milano, veniva riaperto. Il governo, nel tentativo di inaugurare un nuovo corso, vi designa come presidente il sacerdote siculo albanese di Mezzojuso, Agostino Franco, che veniva consacrato dalla Santa Sede vescovo col titolo di Ermopoli in partibus infidelium.
Lo scopo del nuovo organigramma, che vedeva alla direzione dell’Istituto il Franco, era manifestamente quello di un controllo accorto, ma severo, degli studenti, nella scelta dei professori, molti dei quali erano giudicati inaffidabili, ed, in definitiva, con un gruppo dirigente completamente rinnovato, che si prefiggeva di creare le basi per una svolta in senso filo-borbonico.
E le premesse v’erano tutte. Il Franco, educato nel Collegio Propaganda Fide, era ritenuto dal governo persona sulla quale si poteva porre ogni affidamento perché non sospetta di simpatie liberali o, peggio ancora, rivoluzionarie. Per questo motivo, si riteneva che sarebbe stato capace di modificare l’andamento didattico-disciplinare, ripristinando l’ordine, sovvertito soprattutto dal tipo di insegnamento che vi si era impartito.
Attraverso il prestigio che gli derivava dalla carica di vescovo delle popolazioni albanofone, sarebbe stato in grado di estendere la propria influenza sulle stesse per neutralizzare la spinta sovversiva e per gradualmente riportarle al rispettoso ossequio verso le istituzioni.
Tale precisa finalità nella scelta del vescovo Franco scaturiva inequivocabilmente dal fatto che, per coadiuvarlo nel compito affidatogli, gli vennero affiancati due padri gesuiti, tali Manca e D’Amore, notoriamente esperti nella guida della gioventù, che vennero a stabilirsi nel Collegio.
Questo scoperto marchingegno, messo in atto al fine di snaturare l’essenza stessa del Collegio e di renderlo docile strumento del potere politico borbonico, fino allora assai detestato e combattuto, si dimostrò assai fragile e non fu in grado di funzionare neppure per qualche tempo. Ciò perché, soprattutto, si trattava di un tentativo impossibile sin dall’origine perché era in oggettivo contrasto con la tradizione liberale e democratica della Scuola, ormai ben consolidata e definita. La scelta dei padri gesuiti se astrattamente poteva apparire ottimale, nella pratica era una sfida al clero greco-bizantino e fatalmente era destinata a seminare zizzania ed a fare nascere attiva avversione nei loro confronti. Anche la scelta del vescovo era sbagliata perchè difettava dei presupposti culturali necessari per espletare le sue funzioni in quel determinato posto. Una persona, educata nel rito latino, del tutto estranea alla cultura e alle tradizioni delle popolazioni calabro albanesi, assai difficilmente avrebbe potuto essere di loro gradimento ed inserirsi attivamente e positivamente nel loro tessuto sociale, esercitandovi una qualche influenza.
I fatti smentirono le aspettative delle autorità politiche borboniche. Il vescovo Agostino Franco si dimostrò poi, persona, a dir poco, assai ridicola, assolutamente priva di carattere e di ogni elementare dote di prudenza e di abilità.
L’ambiente accolse con manifesta ostilità sia il Franco che i suoi coadiutori padri gesuiti che, estranei ed isolati, non riuscirono ad accattivarsi alcuna simpatia e furono costretti a vivere, anche tra le mura del Collegio, una alienante esperienza di emarginazione.
Nell’opinione pubblica dei paesi albanesi, il Franco venne subito gratificato dell’appellativo di <>. Quando, poi, si conobbero certe sue debolezze di carattere, certe sue ubbìe e bizzarrie, esse vennero talmente ingrandite da seppellirlo nel più profondo ed universale ridicolo, facendogli subito venir meno quella certa aureola di autorevolezza, che, in ogni caso, avrebbe potuto derivargli dalle sue funzioni vescovili. Ecco cosa scrive il Mazziotti che conobbe il vescovo in questione personalmente: << in Collegio c’erano disordini e mancanza di disciplina; il Monsignore che correva armato di bastone a infliggere castighi e i collegiali a ribellarsi; Monsignore che mandava nel carcere di San Demetrio Corone i rivoltosi o li espelleva dal Collegioe, dopo un momento li riammetteva…..Il Vescovo Franco, forse per l’inaspettato e immeritato onore, preso da una specie di vertigine mentale, quasi perdette il senno e non fu più padrone di se stesso. Vestito degli abiti pontificali e con la mitra sulla testa, girava continuamente per le vie pubbliche, facendo pompa di sé e del suo duplice potere spirituale e temporale, promettendo a chi grazie e favori, e a chi minacciando pene e castighi, perché si diceva investito di poteri dal papa e dal re. La gente gli correva appresso, come si fa dal volgo appresso alle goffaggini degli uomini vestiti in maschera nelle feste di carnevale>>.
Nello stesso 1858, l’Ufficio dell’intendenza di Cosenza è costretto nuovamente ad interessarsi degli alunni del San Adriano, perché escono dal Collegio disubbidendo al vescovo non curandosi affatto di lui. Alcuni di loro vengono addirittura deferiti al Giudice mandamentale di San Demetrio Corone, che dichiara il non luogo a procedere non ravvisando la sussistenza di alcun reato, penalmente perseguibile.
Ancora, nel maggio del 1859, l’Intendente di Cosenza, in una sua nota al governo, ribadiva che era “suo doloroso uffizio quello di dover continuamente deplorare l’infelice stato del Collegio Italo Greco Albanese di San Adriano, per le rinascenti e sempre più inquietudini, cui danno luogo gli <>, nonostante le indefesse e lodevolissime cure dell’ottimo ( sic!) vescovo, Don Agostino Franco, da poco arrivatovi. Confortavami assai la speranza che con l’andata del nuovo prelato e con l’aiuto dei PP. Gesuiti ( l’opera dei quali non si ha più per essersene andato anche padre Manca, sconfidato pure dal mal procedere degli alunni), sarebbe finalmente volto al meglio quello sventurato stabilimento; ma dal rapporto del Sotto-intendente di Rossano emerge la crescente ribalderia di questi alunni fino a dimostrarsi irriverenti al nuovo vescovo”.
L’Intendente proponeva la rimozione del giudice regio di San Demetrio Corone perché non era <>. Se la prendeva con il rettore Francesco Saverio Elmo, qualificato < > per il ristabilimento dell’ordine borbonico nel Collegio, suggerendo alle superiori autorità di <> al rettore le dimissioni per poterne scegliere un altro di <>. La motivazione per tali misure era sempre la solita: poiché gli albanesi erano, in genere, incline voli al < >, si poneva la necessità e l’urgenza di approntare <>.
<< L’attuale stato della comunità – secondo l’Intendente – offre le più sinistre apprensioni>>.
Si invocava, per conseguenza, il ricorso alla repressione ed alla espulsione dal Collegio degli alunni insubordinati. Non si capiva o non si voleva comprendere che le origini delle <> stavano altrove; nella contestazione, cioè, del potere di <> vescovo e nel rifiuto, determinato ed ostinato, di accettazione della svolta che, per fini contingenti, e di ordine politico, si voleva imporre dall’alto alla Scuola, trasformandola da libera palestra di educazione e di istruzione, com’era sempre stata, in arrendevole macchina di passiva obbedienza politica.
I pilastri costruttori del <>, nei disegni governativi, avrebbero naturalmente dovuto essere i padri gesuiti, la cui consumata e collaudata abilità pedagogica non riuscì, però, ad averla vinta sugli <>.
Dopo qualche tempo,infatti, i padri Manca e D’Amore furono costretti a dichiarare forfait ed andarsene, giustificando la loro clamorosa sconfitta sotto il pretesto della presunta <>. Ma non erano stati essi inviati in San Adriano proprio per tentare di rimediare a tanta pregressa <>? Se anche gli impiegati del Collegio, genericamente indicati, si erano dimostrati <>, si deve ritenere per certo che la missione dei padri gesuiti, anche all’interno del Collegio, era stata accolta ed accompagnata nel gelo più completo, che non aveva loro neppure consentito alcuna libertà di azione, costringendoli all’emarginazione. E’ forse questo, nella storia della Compagnia di Gesù, uno dei pochi casi, se non l’unico, in cui, per loro stessa ammissione, i padri gesuiti sono stati costretti e ridotti all’inoperosità.
Nel corso del 1859, il governo, “bongrè malgrè”, dovette venire nella determinazione di destituire dalla carica di presidente anche il vescovo Franco, che si ritirò nella sua Sicilia, lasciando nel disordine amministrativo e finanziario il Collegio, che passava sotto la momentanea giurisdizione dell’arcivescovo di Rossano.
Ma, ormai, si profilavano radicali mutamenti nel Mezzogiorno e nello stesso Collegio, che aveva sicuramente contribuito a prepararli e che, per opera del Governo Provvisorio, dopo la cacciata dei Borboni, avrà un degno riconoscimento ed una nuova sistemazione giuridica.

( di Domenico Cassiano arberesh di San Cosmo Albanese, avvocato e professore Emerito di Storia e Filosofia presso il Liceo Ginnasio San Adriano)

Fonte. San Adriano, Educazione e Politica. Marco editore Lungro 1999; pagg 171-176
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