Il Seminario divenuto covo di vipere e fucina del diavolo

Collegio Italo Albanese San Adriano
Per più di duecento anni, le popolazioni albanesi, sopraggiunte nel regno di Napoli fra il XV e il XVI secolo, sfuggite all’ira delle orde turche, ormai imperversanti sulla Grecia e l’Albania, vissero nella più completa ignoranza. Seppur accolte, grazie alla magnanimità Aragonese prima e di Carlo V in seguito, dalla malcelata benevolenza dei signori del luogo, ebbero più di tutte a subire i rigori della feudalità.Prevaricate ed oltraggiate, nella loro fierezza, dai baroni e dal complesso e più malvagio sistema di imposizione del feudalesimo ecclesiastico, nulla fu ad esse permesso per migliorare le condizioni di vita. Gli albanesi nonostante tutto, essendo sfumata la possibilità  del rientro nella madre patria, cominciarono a porre le basi per una stabile esistenza. Dissodarono terreni sterili, disboscarono colline selvose per migliorare l’agricoltura e l’allevamento; impiantarono ficheti, vigneti, uliveti e gelseti intensificando la coltura del baco da seta. Qualcuno abbandonato il misero e malsano tugurio, costruito per lo più da fanghiglia e sterco di armento con il sostegno di rami intrecciati ( kalivja), cominciò ad erigere le prime case in pietra con il supporto della calce. Nonostante le intraprendenti popolazini greco albanesi cominciassero a radicarsi territorialmente, ad inserirsi, gradualmente, nel preesistente tessuto sociale del Mezzogiorno d’Italia e a condurre un tenore di vita più tollerabile, rispetto al periodo dei primi insediamenti, il potere feudale non dava scampo, anzi esso, nelle sue forme più abiette, nel notare una loro positiva evoluzione, diveniva sempre più dispotica ed esacerbante. Il Procuratore Generale presso la Commissione Feudale, Davide Winspeare, nella Compilazione degli abusi feudali cosi scrive: “ Due specie di popolazioni che noi guardiamo ancora come straniere, hanno provato sopra tutte le altre i rigori della feudalità. Le Calabrie e la terra di Otranto sono ancora piene di popolazioni greche. Con più ragione potevano riguardarsi come straniere le popolazioni Albanesi che nel corso del decimo quinto e decimo sesto vennero a stabilirsi nel regno.I contratti taciti o espressi che precederono lo stabilimento di queste popolazioni, sono senza dubbio l’origine ed il titolo il più leggittimo de’ diritti dei baroni; ma se costoro avevano senza alcun titolo ridotto in servitù ed invaso le proprietà degli indigeni, quanto più doveno far valere la facoltà di dare una legge a colonie sopravvenute”. Ben più intolleranti e dispotici si mostrarono, alle genti albanesi, gli ordinari latini nelle quali dioces i essi conducevano esistenza. Venuti nel regno di Napoli,gli esuli, poveri ed ignudi portarono con sè null’altro che la avita Fede dei loro Padri: il Rito Greco Bizantino. I vescovi di Roma, sempre alleati dei baroni, non potevano assolutamente accettare che nelle loro diocesi fosse professato un’altro rito, un rito, forse ,che avrebbe dato negativi risvolti ai loro esercizi di ammansimento e di guida alla convenevole superstizione, che tanto aveva giovato ai loro interessi. 
Angherie e perangherie dovettero subire quelle povere genti accompagnate dai loro sacerdoti. Sarà opportuno trattare in altra occasione tale tematica in quanto complessa e ricca di risvolti.
Nel suo terzo anno di pontificato, l’11 ottobre del 1732, Clemente XII, di madre albanese, dietro reiterato interessamento dell’Italo Albanese Felice Samuele Rodotà dei Coronei, fondava in San Benedetto Ullano,Calabria Citeriore, il Collegio Greco per gli albanesi delle Due Sicilie. Determinata competenza del Collegio era quella formare il nuovo clero fra gli Albanesi d’Italia, con facoltà, dei Rettori , di conferire la laurea a quegli alunni che hanno seguito con esito positivo gli studi di Filosofia, Teologia e Sacra Scrittura. La reggenza del Collegio era affidata ad un Vescovo Greco Albanese, conferente gli ordini sacerdotali agli Albanesi di Calabria e di Sicilia.
Per oltre mezzo secolo, il Collegio Corsini, cosi primariamente denominato per il cognome del pontefice fondatore, fu -scrive Francesco Capalbo- eccellente centro di educazione per molti sacerdoti di rito greco, infatti, esso, non aveva nulla da invidiare al Collegio Greco di Roma, tanto è vero che, dall’espulsione dei gesuiti dal regno ( 1767), divenne il centro di educazione più rinomato delle Calabrie. Nei suoi sessant’anni di stabilità in San Benedetto Ullano, il Collegio, oltre ad erudire il clero greco, fra i quali i Vescovi Illuministi, aperti alle nuove idee d’oltr’alpe, Francesco Bugliari e Domenico Bellusci, grecisti di fama come Gugliemo Tocci da San Cosmo Albanese; Vincenzo Gangale da Firmo; Domenico Damis, zio del generale, da Lungro; Francesco Avato da Macchia Abanese, professore di greco all’Università di Bari; Vincenzo Canadè e Vincenzo Archiopoli da San Demetrio Corone, rispettivamente insegnanti nei licei di Bari e di Capua; Pasquale Baffi Ministro della Repubblica Napoletana, considerato dal Cuoco e dall’erudito conte Russo Orloff, come il più eminente grecista, con Nicola Ignarra, del Regno di Napoli.
Nel 1794, il Collegio, attraverso l’opera persuasiva del Vescovo Bugliari e di quella intermediatrice di Giuseppe Zurlo, giudice della Vicaria ed in seguito Ministro delle Finanze, con reale dispaccio, relativo agli Affari di Stato, fu trasferito da San Benedetto Ullano a San Demetrio Corone nel complesso badiale di San Adriano, stabilimento, la cui struttura architettonica, si prospettava più consona alle esigenti caratteristiche, proprie, di un istituto preposto alla formazione giovanile.
Con il crollo della Repubblica Napoletana, il rinomato centro di educazione per gli Abanesi d’Italia, dove anche Cristo era giacobino, subì duramente la reazione sanfedista: nel 1806 fu saccheggiato e lo stesso Vescovo Greco-Abanese, Francesco Bugliari,congiunto del martire Pasquale Baffi, venne barbaramente trucidato.
Mons. Francesco Bugliari
Con la fine del periodo francese e la restaurazione borbonica, il governo del Collegio non subì sostanziali mutamenti ed il vescovo Domenico Bellusci, succeduto al Bugliari alla presidenza, benchè nominato dai napoleonidi, – come scrive Domenico Cassiano- non ebbe a soffrire molestia alcuna. Tutto ciò, non perchè il Bellusci fosse diventato filo borbonico, ma per la politica di avvicinamento che Ferdinando IV voleva intraprendere con tutti coloro che in passato avevano abbracciato le idee transalpine. Grazie a questo vescovo, nel 1821,entra nel Collegio, accolto fraternamente, il matematico napoletano Gaetano Cerri, destituito dal suo insegnamento alla Nunziatella di Napoli per sospetta connivenza con i carbonari. Per quale motivo e per quali canali -scrive il Cassiano- il professore Cerri viene accolto nel Collegio Italo Albanese rimarrà un mistero, ma il Cingari propone:” il Rettore del Collegio era quel Domenico Bellusci, che aveva preso parte alle cospirazioni e ai moti dell’ultimo settecento e che era stato tra i più intimi amici di Pasquale Baffi, illuminato di Weishaupt; (che), nel 1820-21 poi, nonostante i severi controlli subiti nel quinquennio, l’alleanza tra professori del Collegio e la vendita carbonara di San Demetrio si era rafforzata, sicchè più occhiuta si era fatta la sorveglianza delle autorità nei confronti di questo gruppo di professori che pareva interessato più a forgiare i giovani alla lotta contro i borboni che non istruirli nel diritto o nella matematica.” Ma i vincoli del Vescovo Bellusci con la Carboneria erano evidenti, essendo, egli, in stretti rapporti con il cosentino Salfi, pure illuminato di Weshsupt, le cui opre erano lette e conosciute nel Collegio. La Carboneria del Mezzogiorno d’Italia, aveva, indubbiamente, una cellula di tutto rispetto fra i professori del San Adriano. L’opera di questa cellula era efficacissima e penetrante in quanto, attraverso gli alunni, venivano influenzate le loro famiglie  e i ceti più elevati della borghesia italo albanese e, come scrive il Mazziotti, alunno del tempo, ” non avrebbe potuto essere diversamente, perchè il Collegio aveva una lunga e consolidata tradizione radicale e giacobina, antica e recente, impressa nelle pietre, che formava gli eroi del libero pensiero e delle loro azioni gloriose.”  In quel periodo, non solo gli studi religiosi fiorirono in quella straordinaria “palestra”, ma anche quelli matematici e letterari; l’amore per la Libertà, per la Patria e per le Belle Arti, che i valenti professori profondevano con grande calore e ricchezza di dottrina, la elevarono a culla del Romanticismo Naturale Calabrese, in contrapposizione a quello Convenzionale Napoletano. A questo centro fece riferimento Francesco De Sanctis per rivelare la presenza di una “Scuola Romantica Calabrese”, che ebbe esponenti gli italo albanesi, pieni di fervida immaginazione patriottica, romantica e byroniana, come il Mauro,il Miraglia, il Giannone, il Baffi, Achille Frascino, Gerolamo De Rada ed altri ancora.
Dopo l’attentato al re Ferdinando II, il Collegio cominciò a provare le dure persecuzioni della reazione borbonica: l’attentatore era italo albanese e la sua formazione culturale la ricevette fra quelle mura, il suo nome era Agesilao Milano.
Dopo il tentato regicidio, il Ministero degli Interni inviò in quel Collegio e fra le varie comunita di origine albanese, un vero e proprio esercito di polizia e. molti alunni, sospetti di connivenza con gli innumerevoli liberali o essendo loro parenti, vennero allontanati dallo stabilimento. E quando fra quelle mura vennero organizzati i moti del 1848 per opera del Mauro, del Damis e del Rettore, sacerdote di Rito Greco, Antonio Marchianò, Ferdinando II non esitò nel definire il Collegio “Covo di Vipere e fucina del diavolo.” Quel centro, ad onor del vero, fornì alla causa della Libertà non solo grandi e valorosi patrioti, ma anche i più bei ingegni di tutte le Calabrie in ogni tempo.
Il Collegio chiuse la sua Gloriosa storia nel 1978.
Bibliografia:
Historia erectionis Pontificii Collegii Corsini, Angelo Zavarroni. Napoli 1750;
Democrazia e Romanticismo nel Mezzogiorno: Domenico Mauro, Gaetano Cingari, Esi, Napoli 1965;
San Adriano, Domenico Cassiano, Marco Editore Lungro 1999;
Storia degli abusi feudali, Davide Winspeare, ristampa anastatica, Ed. Forni Bologna 1883.



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