Il Vescovo Presidente Domenico Bellusci

collegioDOMENICO BELLUSCI

di Andrea Lombardi

(Il  Calabrese – 15 gennaio 1843)

I Dopo che le vittoriose armi  Musulmane ebbero conquistato l’Epiro e l’Albania, numerose famiglie devote alla  decaduta signoria de’ castri di Cristo, contro la quale i vincitori cotanto  infierivano, abbandonarono quelle desolate regioni, e si ricoverarono nel Reame  di Napoli, ove da’ Sovrani Aragonesi e da Carlo V venne loro concessa ospitalità  e protezione. Una gran parte di que’ profughi riparò nella settentrionale  Calabria ottenendo asilo, soccorsi ed incoraggiamenti di ogni maniera dalla generosità de’ principi Sanseverino. Ne’ feudi principalmente di quei potenti  Baroni gli Albanesi fermarono stabile dimora, e fondarono paesi e villaggi. E  benchè conservassero usi e costumi e la lingua dei loro padri, si accomodarono  non pertanto alle esigenze della novella patria. Dopo il volgere di circa  quattro secoli la loro condizione civile ed economica è andata sempreppiù  migliorando, e addivenuti utili ed operosi cittadini, costituiscono di presente  una popolazione non minore di trentatre mila abitanti, distribuita in venti  comuni. Or da una di quelle antiche ed onorevoli famiglie, che ed onorevoli  famiglie, stanziate in Frascineto, colonia Albanese posta alle pendici del  Pollino di rincontro Castrovillari, trasse la sua origine Domenico Bellusci, e  quivi nacque il dì 15 agosto del 1774 da Costantino e Anna Ferraro. Natura lo  dotò di non ordinari talenti d’indole dolce e mansueta, e di felicissima  memoria. Gli fu del pari propizia la sorte, concedendogli genitori amorevoli e  religiosi, che di buon’ora istillarono nel tenero suo cuore sentimenti di pietà  e di virtù, e un fratello che di quattro lustri il precedeva, il quale gli fu  poi guida e maestro nel sentire della vita e degli studi. Fino alla età di  dodici anni rimase sotto il tetto paterno, confidato alle cure dell’affettuosa  madre, che con predilezione amava questo suo figlio, comecchè nato con debole  complessione, ed a quelle di un abile Sacerdote del luogo che lo ammaestrò  ne’ primi rudimenti. Fu quindi spedito al Collegio Italo- Greco di S. Benedetto  Ullano, ch’era stato fondato nel 1732 da Papa Clemente XII per la educazione  della gioventù Albanese. Quivi lo attendeva il fratello Michele, che in allora  insegnava belle lettere in quello stabilimento, e che si addossò volentieri il  carico della sua istruzione. Le sollecitudini fraterne, e le assidue  applicazioni di Domenico produssero in breve tempo tali frutti, che a quindici  anni trovavasi già di aver bene appreso il latino, il greco, la geografia e la  storia. Non guari dopo moriva Monsignor Alessandro Archiopoli Presidente di quel  collegio, ed il Professore Bellusci non pago delle novità che si vollero  introdurre nell’amministrazione dello stesso, al cader dell’anno scolastico  abbandonò la cattedra, e si ritirò in Frascineto, ove aprì uno studio privato,  che ben presto divenne fioritissimo. Domenico si restituì anch’esso in patria  e nei due anni che vi si trattenne, sotto la disciplina del fratello compì il  corso delle belle lettere, e studiò Logica e Metafisica.

II.

Con lo stabilimento  di un Collegio in S. Benedetto Ullano erasi provveduto alla cultura letteraria e  scientifica de’ giovani Albanesi, specialmente di quelli che si dedicavano  alla Chiesa. La erezione di un Vescovado Greco nella Citeriore Calabria, che  seguì pochi anni dopo, fu un novello beneficio, di cui gli Albanesi andavano  debitori alla munificenza dello stesso Pontefice ed all’instancabile zelo di  Felice Samuele Rodotà, che fu il primo ad essere insignito di quella eminente  dignità. Era commessa la Vescovo Greco la Presidenza perpetua del Collegio, l’amministrazione de’ Sacramenti degli Ordini Sacri e della Cresima nel rito Greco, e  la visita delle Chiese Greche per ciò che riguarda la esattezza e la purità del  rito medesimo. La sede Episcopale era stata fino al 1790 occupata da tre  ragguardevoli personaggi, e l’ultimo di essi, Monsignor Archiopoli, mancando in  quell’anno lasciava gran desiderio di sè. Erasi intanto in grande ansietà ed  aspettazione per la nomina del suo successore. Alla fine dopo un biennio fu  eletto Presidente e Vescovo Greco Francesco Bugliari, ecclesiastico d’intemerata  vita e di profondo sapere. Prima e principal cura di sì insigne Prelato fu  quella di ristabilire l’ ordine e la disciplina nel collegio, ed a conseguire  questo importante scopo cooperò lodevolmente l’egregio Professore Bellusci. Egli  era tornato in Collegio in novembre del 1792, ed avevalo accompagnato il  fratello Domenico. costui ripigliò con novello ardore le sue scolastiche  occupazioni, e nel volgere de’ due successivi anni studiò scienze fisiche e  teologiche sotto i Padri Domenicani Giuseppe Giugni, e Giacinto Guerrisi. Verso  la fine del 1794 il Collegio venne di ordine sovrano trasferito nel Monastero di  S. Adriano, luogo di aere più salubre, ed i fratelli Bellusci furono tra i primi  a rendersi a quella nuova stanza. Quivi Domenico compì il corso de’ suoi studi,  ascoltando le lezioni di Dritto di Natura dal Basiliano Giovanni Miracco, e  quelle di Dritto Civile e Canonico da Liborio Vetere: quivi ancora per la prima  volta prese ad insegnare lingua Greca agli alunni delle classi inferiori. Fu  poscia destinato Professore di lingua Greca sublime, e sostenne questo carico  con somma lode fino al 179. A’ 26 agosto di quell’anno ascese al sacerdozio, e  col con-enso del Vescovo e del fratello si condusse in Napoli a fin di  perfezionarsi nelle scienze fisiche e matematiche. Era egli tutto intento a’  suoi prediletti studi allorchè sopravvenne l’epoca fatale del 1799. Domenico  serbò in quelle fortunose vicende irreprensibile condotta; pur non potè evitare  le conseguenze di quel turbine. Era egli amico e connazionale di Angelo Masci, e  di Pasquale Baffi, il primo valente giureconsulto, ed ellenista rinomato  l’altro; vennero costoro imprigionati, e lo fu anche Bellusci. Giace quindici  mesi in duro carcere, ma chiarita luminosamente la sua innocenza, fu messo in  libertà e rimandato in Provincia con onorevoli attestazioni. Rimpatriato appena,  fu richiamato in collegio, e gli venne confidata la cattedra di filosofia, che  occupò per un quinquennio con plauso generale.

III

Mercè le lodevoli e laboriose cure di Monsignor  Bugliari e dei fratelli Bellusci, il collegio Italo-Greco rifioriva, ma quella  nascente prosperità dovea ben presto dileguarsi. Sorgeva l’anno 1806 con  infausti auspici. Grandi ed inaspettate calamità colpivano le Calabrie ed il  Collegio. Non è questo il luogo di ricordare le prime; spetta alla storia di  narrare le vicende politiche e militari di quella epoca memoranda. A noi non è  dato che accennare solamente quei moti per la funesta influenza che esercitarono  sulle sciagure del Collegio. In aprile di quello anno Monsignor Bugliari  ammalavasi, e consigliato da’ medici a respirare l’aere nativo, si ritirava in  S.Sofia. A’ 22 del susseguente maggio mancava a’ viventi Michele Bellusci, il  miglior ornamento della Chiesa Greca. Il collegio situato alle falde della Sila  era esposto a continui pericoli. Le bande di partigiani, che scorrevano le  vicine campagne, minacciavano spesso di distruggerlo, ed alle minacce seguivan  dappresso i fatti. I Professori e gli alunni erano costretti a sperperarsi;  fuggendo venivano inseguiti. Domenico Bellusci anch’esso fuggiva, ed un generoso  per difendere la sua vita gli cadeva al fianco colpito da un’archibugiata. Il  Collegio abbandonato da tutti rimaneva in balia di quei tristi che ne facevano  asprissimo governo. Non guari dopo una di quelle orde guidata dal famigerato  Antonio Santoro, che facevasi chiamare Re Coremme, penetrava in S. Sofia e la  metteva a sacco ed a fuoco. Era il giorno 17 di agosto. Gli abitanti non potendo  resistere a quella imponente masnada si salvavano colla fuga, ma prima  adoperavano ogni mezzo per determinare il loro amatissimo Pastore e concittadino  a seguirli. Monsignor Bugliari grave di anni, esternato di forze, e pieno di  fidanza nel Cielo e nella santità di sua vita, si ricusava. Celavasi in un  granaio accosto alla sua abitazione; quivi mani sacrileghe e scellerate  spietatamente lo sacrificavano. Il venerando Pastore trapassava benedicendo e  perdonando a’ suoi uccisori. La fama di tanto eccesso spargevasi dappertutto  celermente. Albanesi ed Italiani n’erano costernati. All’annunzio del tragico  fine di Bugliari inorridiva lo stesso Maresciallo Massena, supremo Duce de’  Francesi nelle Calabrie, che due giorni prima era giunto in Cosenza. Rivestito  com’egli era di altissimi poteri dava all’istante ordini precisi perchè si  facesse aspra vendetta degli autori di sì orribile misfatto. Poi chiedeva che  gli s’indicasse un prete Albanese di- stinto per dottrina e per pietà affine di  surrogarlo all’estinto Bugliari, e dalle labbra di tutti usciva spontaneo il  nome di Domenico Bellusci. Massena senza esitare lo destinava ad assumere la  temporanea Presidenza del Collegio, e poscia lo commendava altamente al Governo.  Bellusci trepidando ubbidiva; egli erasi pur dianzi ritirato in Frascineto, e  modesto colà viveva deplorando le calamitàde’ tempi, e lagrimando la recente  gravissima perdita del fratello. Il Governo faceva plauso alla scelta del  Maresciallo ed a’ 31 gennaio del 1807 conferiva al Bellusci la Badia di S.  Benedetto, e la Presidenza perpetua del Collegio di S. Adriano. Da ultimo  essendosi superate felicemente talune difficoltà, ch’erano insorte per siffatta  destinazione tra la Corte di Napoli e quella di Roma, veniva in luglio di quell’anno  preconizzato dalla S. Sede Vescovo di Sinope, ed in dicembre dell’anno medesimo  era consacrato in Roma da Monsignor Angeloni Vescovo Greco quivi dimorante.

IV

Reduce da Roma Monsignor Bellusci trattenevasi  qualche mese in Napoli, e poscia ne’ principi di aprile del 1808 recavasi in S.  Adriano, ordinaria residenza del Vescovo Greco. Trovava quel Collegio in  deplorabile stato: l’edificio considerevolmente danneggiato, le suppellettili  involate, gli armenti distrutti, le rendite dissipate, e per l’abolita feudalità  di molto scemate. Bellusci era conosciuto soltanto come valoroso letterato; in  quella difficile occasione mostrò ch’egli non era men valente e destro nel  maneggio degli affari. Mercè la sua attività, il suo accorgimento e la sua  energia, in pochi mesi furono riparati tutt’i guasti, e fu provveduto a tutt’i  bidogni dello stabilimento, il quale in novembre di quell’anno medesimo fu  riaperto alla istruzione degli Albanesi. L’esimio Prelato volle che il Collegio  risorgesse, e rinacque a vita novella; volle la cultura ed il miglioramento de’  suoi connazionali, e l’ottenne. Emanò saggi ordinamenti per gli studi e la  disciplina. Pose molta cura nella scelta dei maestri, e gli ebbe ottimi; erano  nella maggior parte alunni dello stesso Collegio, stati già suoi compagni o suoi  discepoli. Destinò a Rettore del Convitto Michelangelo Rossano, sacerdote di  rara probità, e di singola prudenza e destrezza, e lo tenne presso di sè finchè  visse, collocando in lui pienissima fiducia. Egli poi visitava frequentemente la  scuola, assisteva alle lezioni dei maestri, prendeva conto del profitto degli  alunni, spronava tutti a ben fare, esortava, premiava, correggeva. Vigilava  scrupolosamente la morale religiosa e la disciplina de’ Professori, de’  convittori, e degli inservienti. In caso di malattia o d’impedimento di qualche  Professore egli stesso lo sostituiva. Era l’amico del Rettore e dei Professori,  ed il padre degli alunni. Epperò veniva da tutti amato, venerato, ubbidito. Le  cure della Chiesa l’occupavano al pari: adempiva a tutt’i doveri di Pastore;  predicava ancora nei giorni festivi e le sue omelie non mai preparate per la  loro unzione penetravano nei cuori degli ascoltatori. E nel proposito narrasi  che invitato a celebrar messa pontificale in Acri, in occasione della  beatificazione del B. Angelo, recitò tale estemporanea orazione, che destò i  plausi e l’ammirazione di numeroso e scelto uditorio. Dimorava costantemente in  Collegio, e non lo abbandonava che quando lo chiamavano in Cosenza o in altri  luoghi della Provincia gl’interessi dello stabilimento, o le cure  dell’Episcopato. E reputavasi infelice allorchè la necessità l’obbligava ad  allontanarsi dalla sua diletta Sede, come avvenne principalmente nel 1819. La  sua condotta comunque illibatissima non era andata esente da censure e da  malignazioni; di vantaggio volevasi mettere in vendita la proprietà del  Collegio. Bramoso Monsignore di dissipare le ingiuste calunnie dei suoi  detrattori, ed impedire di pari tempo la rovina dello stabilimento, giudicò  prudente consiglio conferirsi nella Capitale. Quivi perorò sì bene la sua causa  e q ella del Collegio, si conciliò talmente la grazia delI’Augusto Ferdinando I  e la sua benevolenza dei suoi Ministri, che non solo trionfò de’ suoi  calunniatori, de’ quali si vendicò nobilmente con generoso perdono, ma ottenne  benanco che fossero dichiarati inalienabili i beni del Collegio, e di altri  settecento duca ti annui venisse aumentata la rendita della sua Sede Episcopale.  Grato e riconoscente a questi Sovrani benefici, Bellusci ne volle rendere  duratura la memoria, facendo incidere due Iscrizioni in Greco ed in Latino su di  una lapide, che tuttavia decora quello stabilimento. Dopo il suo ritorno in  residenza menò tranquillamente il rimanente di sua operosissima vita, dividendo  il suo tempo tra gli studi delle lettere e delle scienze, le occupazioni  dell’Episcopato, e le cure del Collegio, ch’elevò al maggior grado di  floridezza. Questo saggio e virtuoso Prelato cessò di vivere in S. Adriano il dì  2 marzo 1833 in mezzo al generale compianto de’ Professori, e degli alunni, ed  alle unanimi benedizioni de’ suoi connazionali, de’ quali era stato l’amico, il  padre, ed il benefattore.

Monsignor BugIiari era dignitoso nel portamento,  nemico del fasto e dell’ostentazione, di costumi semplici e patriarcali, sobrio  e frugale nel vitto ordinario, splendido nel trattamento degli ospiti  ragguardevoli, gentile ed urbano ne’ modi, affabile nel conversare, costante  nell’amicizia, umano, benefico e generoroso. Parlava e scriveva con eleganza e  purità l’Italiano, era profondo nelle lingue dotte, specialmente nella Greca, e  versatissimo nelle scienze Sacre e profane. Prediligeva la storia antica e  moderna, e questo favorito studio formava le sue delizie. Era socio ordinario  dell’Accademia Cosentina, e della società Economica della Provincia. Diffidava  tanto di sè, era talmente modesto, che comunque molto scrivesse, non si  determinò mai a pubblicare per le stampe i parti del suo ingegno. La sola  necessità lo costrinse nel 1819 a dare alla luce pe’ tipi di Angelo Coda una  pregevole memoria in difesa del collegio Italo-Greco. Le sue sollecitudini eran  tutte dirette a far progredire la cultura e la istruzione della gioventù  Albanese. Il Collegio Greco giunse a grande prosperità, e fu poscia sempre  fiorente durante i venticinque anni di sua Presidenza. Ne fan chiara fede i  numerosi alunni educati in quello stabilimento, il quale ha dato eccellenti  Professori a’ Collegi, a’ Licei, ed a’ Seminari, ottini maestri allo  insegnamento privato, zelanti Pastori alle Chiese Greche e Latine, e personaggi  distinti al Foro, alla Magistratura, ed alla Pubblica Amministrazione. Per  questi segnali benefici, e per le preclare virtù che adornavano il Vescovo  Bellusci, la di lui memoria sarà sempre tenuta in pregio, onorata e benedetta dà  riconoscenti Albanesi.

Precedente Francesco Candreva: letterato e patriota di Spezzano Albanese Successivo A Firmo il II° Raduno della Gente d'Arberia