IlContributo degli Italo Albanesi al Risorgimento – Nicola Tarsia- Poeta e Patriota

 

Gerolamo De Rada nella sua Autobiologia del 1898, primo periodo, così descrive le fiorenti attività nel Collegio Italo Albanese Sant’Adriano:” Veramente quella età nostra, in cui i libri altri che gli scolastici invasero il Collegio, fu di questo l’età del maggiore fiore. Nello uscir …io lasciava la compagnia costituita quasi in Accademia, ove al sabato ciascuno leggeva qualche suo componimento.”
Lapide apposta sulla casa di Nicola TarsiaIn questa “rinomata palestra” secondo l’autorevole considerazione di Francesco De Sanctis, ebbe il suo albore, quel movimento politico e culturale , giustamente, con forme ed elementi proprii, denominato Romanticismo Naturale Calabrese, contrapposto al più europeo e Convenzionale Romanticismo Napoletano.
Tutto questo, fra le mura del Collegio, nasceva negli anni seguenti la Restaurazione (1815),  quando alta alitava la poetica fervida di immaginazione romantica di Byron e quella classica, evocatrice  di miti, di chiara natura foscoliana.Nel Collegio, fra giovani e professori, costituita ormai una vera e propria Accademia, intercorrente era quel senso di complicità, che rendeva  quel clima vivido ed intenso di scambi culturali.
In quell’ ” Accademia”, romantica e giusnaturalista, convenivano a cenacolo personaggi come il Mauro da San Demetrio Corone, De Rada di Macchia Albanese, il Mosciaro da San Benedetto Ullano, Achille Frascino di Firmo, Biagio Miraglia di Cosenza, ( di chiare origini italo albanesi, il padre Francesco Saverio era di Frascineto) e Nicola Tarsia di cui si farà seguente e breve trattazione biografica.
Nicola Tarsia nacque a Firmo il 24 giugno del 1821, da Beniamino, medico cerusico, originario di Spezzano Albanese, e da Francesca Gangale appartenente ad una agiata famiglia di propietari. Primogenito,nel 1835 fu mandato a studiare nel Collegio Italo Albanese di Sant’Adriano, dove subito risultò essere molto incline agli studi umanistici, attraverso i quali, essendo egli di indole liberale, allogò a sè i principi fodamentali del naturalismo romantico. Delle sue produzioni poetiche giovaninili ben poco ci è pervenuto, ma basta tener conto di quel poco,  per delineare la sua formazione e il suo devoto amore per la Patria.Iin una sua ode giovanile, ” CANTATA SUL LITORALE DEL MAR JONIO”, si osserva, come determinante sia stata la il suo appropinquiarsi alla poesia evocatrice foscoliana:
“Vi saluto, santissime sponde;
O del Jonio famose contrade;
Delle glorie vetuste l’etade
Ora veggo alla mente apparir.”
Ed ancora, riecheggiando, forse, l’antica Morea:
” De’ miei padri contrade beate,
De’ miei padri contrade- salvete-
Alta gioia all’irato mio cor,
Rammentando che sangue d’eroi
E’ quel sangue che scalda le mie vene,
O contrade beate ed amene,
D mia vita, ho la gloria maggior.”
L’impronta, che invece, ricevette dalla lettura delle poesie byroniane, forse perchè impregnate di puro ateismo, fu peregrina; ci è pervenuta un’ode in terzine: ” Byron che contempla il Colosseo.
Nel 1840 si trasferì a Napoli per studiarvi  Lingua e Letteratura Italiana e lì, frequentando gli antichi suoi amici di Collegio e seguendo i Corsi di Letteratura del De Sanctis, del Miraglia e di altri, ebbe modo, oltre di affinare le sue conoscenze, anche di conoscere le menti più elevate e nobili dell’epoca.In quel periodo veniva pubblicata la rivista, di chiara matrice romantica, ” IL CALABRESE”, nella quale egli, contribuiva alla pubblicazione, insieme al Mauro,al Miraglia ed al Pagano, con quest’ultimo profondo fu il legame di amicizia.
Nel 1848, pervaso dalle idee liberali, partecipò a quei moti con la compagnia del Damis, che fra Lungro, Firmo ed Acquaformosa aveva raccolto oltre duecento volontari. Da Firmo, oltre lui, parteciparono a quei moti: Achille Frascino, magistrato e affiliato alla Giovine Italia di Benedetto Musolino, amico fin dalla  tenera età del De Rada , del Mosciaro, dello Strigari e di Domenico Mauro. La sua compromissione a quei rivolgimenti gli costò, nel 1852, la condanna a 25 anni di carcere duro, che in parte scontò nel Bagno Penale di Santo Stefano , fino ad ora null’altro conosciamo della sua esistenza ( ricerche riguardo questo personaggio, obliato dalla inezia dei suoi concittadini, sono in fase di elaborazione); Frascino Raffaele; Genise Tommaso; Gangale Antonio; Gangale Giuseppe; Lasdica Saverio; Frega Giuseppe; Salvo Francesco; De Filippis Angelo Antonio; Frascino Francesco Saverio; Donato Pasquale; Basile Vincenzo ed altri ancora per i quali verrà fatta, in altro scritto, conveniente trattazione. Nel corso dei fatti di Campotenese , 1848, ormai ben noti, il 28 giugno, quattro italo albanesi, ed ex allunni del Sant’Adriano, Francesco Saverio Tocci di San Cosmo, Nicola Tarsia di Firmo, Vincenzo Mauro,( fratello germano del più noto Domenico) e Demetrio Chiodi di San Demetrio, insieme al sarto sandemetrese Nicola Pissara alias Finetto, progettarono di penetrare, nottetempo, nell’accampamento del generale borbonico Lanza con l’intento di ucciderlo, creando così scompiglio fra quelle truppe, concedendo ampio respiro alle forze insurrezionali ormai logorate. Traditi da alcuni contadini, il dì seguente, furono sorpresi ed arrestati; interrogati rifiutarono di rispondere. All’intimazione di gridare viva il re, tutti si opposero, solo il Tarsia lo fece. Il Tocci proferì:” questo non sarà mai!” Furono trucidati a colpi di baionetta e i loro cadaveri trascinati per le vie di Rotondella, legati per i piedi alla coda dei cavalli. Nicola Tarsia, con il Caruso e Gennarino Placco di Civita fu arrestato e condotto nel carcere del Castello di Cosenza. Riguardo il periodo della sua detenzione, taluni, hanno , non so se volutamente, dissertato sulla sua condizione  in maniera poco veritiera, non curandosi affatto dell’importanza, del ruolo e del contegno della Storia. Nello stesso anno,1848, il Tarsia fu condannato a 12 anni di carcere duro; per lui il Procuratore del Re presso la Gran Corte Criminale Speciale di Cosenza, Gaetano Grimaldo, chiese la pena capitale.  Il Tarsia a tale, probabile, risoluzione, rispose: “VI RINGRAZIO PER LA CORONA DI FIORI CHE MI AVETE POSTO SUL CAPO”. Dopo la condanna, venne rinchiuso nelle carceri di Cosenza prima, Ischia e Pozzuoli  e quindi nel settembre del 1852 nel famigerato bagno penale di Procida. Durante il periodo della sua permanenza forzata nelle carceri di Cosenza, nell’estate del 1851 con Attanasio Dramis di San Giorgio Albanese, Stanislao Lamenza di Saracena, Givan Battista Falcone di Acri, Raffaele Vaccaro di Lungro ed altri,con l’intermediazione esterna di Agesilao Milano, fu uno dei principali organizzatori di un progetto di evasione, che come è noto fallì miseramente. Nella primavera dello stesso anno, sempre dallo stesso triste luogo, fece pervenire agli studenti del San Adriano in San Demetrio Corone  un brindisi repubblicano da lui composto. La composizione fu accolta con enfasi delirante da quegli studenti, tanto che, Antonio Basile di Plataci, alunno, ne fece copia e tramite corriere, tal Favoino, inviò al fratello avvolgendo, celando lo scritto fra la biancheria. Il Favoino forse per curiosità, trovò fra gli indumenti il brindisi e subito lo consegnò al Capo Urbano di Plataci. Tutto il Collegio fu messo a soqquadro, ma nulla di compromettente venne trovato, grazie anche alla proverbiale astuzia del Rettore dell’Istituto Vincenzo Rodotà. Il povero Basile, fra lo stupore di tutti, fu immediatamente arrestato dalla polizia borbonica e condotto nel carcere di Cosenza, qualche anno dopo, senza essere stato giudicato, morì di stenti. Essendo stato accertato che il brindisi repubblicano era pervenuto dal carcere di Cosenza,” il governo scrive il Mazziotti, ordinò l’immediata espulsione di tutti quei convittori che avevano parenti rei politici nelle carceri di Cosenza.” A d’uopo, va ritenuto necessario leggere i versi di questa composizione in sestine che tanto ha preoccupato Ferdinando II e la sua polizia:
” Svegliatrici di forti pensieri
  Son le spume di colmi bicchieri;
  Son faville che accendon le menti
  Agitate da ignoto furor;
  E nei petti dell’itale genti
  Van destando l’antico valor.
  Beviamo allegri, amici,
  che tempi avrem felici,
  Beviam dicendo: Evviva
  La Patria libertà,
  Se l’Italia è ancora captiva,
  Regina un dì sarà.
  Nessun’ombra il futuro mi cela:
  Al mio sguardo un portento si svela!
  Io già veggo i tiranni sparuti;
  Dall’Eterno incalzati, calar;
  E l’Italia sui troni caduti
Un suo seggio di gloria innalzar!
 Ira giuriam fratelli,
 Degli avi in su gli avelli,
 Serbiam quell’odio antico
 Che Bruto in cor serbò
 Quando un destino nemico
A servitù il dannò.
Pari all’altro tremendo romano
Sui pugnali porremo la mano.
Ferve Italia, e dimanda vendetta;
Chiede sangue, e più sosta non ha:
Il gran giorno dell’ira s’affretta;
Truce scena di sangue verrà.
 Già freme in sul Sebeto
un Bruto irrequieto
Giuriam troncar nell’ira
La testa all’oppressor,
E sovra lui che spira
Spegnere i figli ancor.
Di natura si sente una voce
Che ripete con tuono feroce;
Quel tiranno nell’ira si uccida
Che tra infamie sol visse i suoi dì.
E’ la stessa natura che grida:
Benedetto ci un empio punì!
Beviamo allegri, amici,
Che tempi avrem felici,
Beviam dicendo: Evviva
La Patria libertà,
Se l’Italia è ancor captiva,
Regina un dì sarà .
Questa, come altre composizioni, si trova manoscritta presso l’Archivio della famiglia Tarsia Frega di Firmo alla quale porgo un vivido ringraziamento per la gentile disponibilità offertami nell’opera di ricerca.
Nel 1858, beneficiando di una diminuizione della pena, liberato, raggiunse la sua famiglia e il suo amato luogo natìo. Nel 1860 giunta in Calabria la missiva del Damis, rivolta alle popolazioni italo albanesi, il Tarsia, da semplice milite, nelle fila del Battaglione Albanese, si arruolò e contribuendo con dissenteressato valore, si battè da prode nella battaglia del Volturno.
Fatta l’Italia, l’anno successivo, fu nominato ispettore scolastico e poi insegnante di lettere a Cosenza. Per la la cattiva salute, dovuta alle tribolazioni provate della prigionia, si ritirò a Firmo ove compianto dai suoi concittadini si spense nel 1867.
In uno scritto, posto come appendice, ad un volumetto di sue poesie, edito in Cosenza nel 1863 dalla Tipografia Bruzia, così scrisse di lui Vincenzo Pagano:
“Uscito dalla nuova scuola del progresso e del romanticismo ( romanticismo naturale che ebbe vita al San Adriano), aveva la mente ed il cuore ripieni di nobili e forti pensieri. Discendente del valoroso Skanderbeg, compatriota di Marco Botzari, detto l’Aquila di Suli, figlio nel tempo istesso ad Omero e a Dante, e profondamente ingolfato nella poesia sentimentale e melanconica dello Shakespeare, del Byron, del Goethe, del Victor Hugo, dello Schiller e di Gualtiero Scott, egli non aspirava ad altro che alla libertà della patria ed al progresso dell’umanità. Esordì la sua carriera letteraria con questo supremo ed elevatissimo concetto. Sopraggiunse poi il disinganno, e vide che l’umanità era ben diversa da quella che si aveva concepita nella sua calda immaginazione”.
Fra le sue poesie vanno ricordate, senz’altro, Inno Nazionale”, l’ode “Amore e Patria”; i sonettti composti durante il periodo della prigionia: “Il mio truce destino”, “Lamento del prigioniero”; i canti ” Memoria e pianto” e “Addio alla Patria”.
Dispongo, fortunatamente, dopo un sacrificale lavoro, anche di alcune missive del Nostro, intercorse con Domenico Mauro, inerenti  i tragici fatti d’armi del 1848 e di cui ne farò trattazione separata.
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