Illiri e Illiria

IliriadheFisetIliriewILLIRĪ e ILLIRIA

Sulle origini e sulle sedi degl’Illirî la tradizione letteraria greca offre le notizie più antiche, ma anche più vaghe, derivanti dai miti protoellenici. Notevole è la leggenda di Illirio, il quale, nato al re Cadmo dopo il suo trasferimento da Tebe in terra illirica, diventa l’eroe eponimo degl’Illirî; egli ha un figlio, Encheleo, a sua volta capostipite di un’altra tribù illirica, degli Enchelei che dominarono durante il sec. VII a. C. a un dipresso l’odierno territorio di lingua albanese. Vicini degli Enchelei sono secondo i Greci i Chelidonî, inoltre i Taulanti e gli Ardiei o Vardei, successori degli Enchelei nel regno illirico. Queste e altre popolazioni illiriche, come p. es. i Labeati localizzabili presso la Palude Labeate (Lago di Scutari), vengono comprese dai Greci sotto la denominazione collettiva di Illiria (‘Ιλλυρία) o quella più comune d’Illiride (‘Ιλλυρίς[γῆ]) corrispondente al (regnum) Illyricum con la capitale Scodra (Scutari d’Albania), conquistato definitivamente dai Romani nel 168 a. C. in seguito alla sconfitta del re Genzio alleato di Perseo.

Sebbene le fonti greche non precisino né l’ubicazione né l’estensione dell’Illiria, è chiaro che le loro indicazioni si riferiscono solo alla parte meridionale del territorio abitato da stirpi illiriche, ossia a quelle regioni che confinando con la Grecia potevano unicamente essere conosciute dai suoi più antichi scrittori. È stato già altre volte osservato, p. es., a proposito della curiosa leggenda del duplice corso dell’Istro-Danubio, come le nozioni geografiche dei Greci non giungessero oltre la costa SE. dell’Adriatico, il quale rappresentò per essi da quella parte l’estremo confine della terra abitata. E lo stesso Plinio, quando chiama questi Illirî meridionali proprie dicti Illvrii, non fa che ribadire la vecchia opinione di Erodoto riguardante il sito dell’Illiria.

Ben più profonda è la conoscenza che i Romani acquistarono direttamente dei paesi illirici durante oltre due secoli di operazioni militari, le quali condussero alla conquista e all’ordinamento della Dalmazia, della Mesia, della Pannonia, del Norico, della Rezia e Vindelicia: queste regioni tra l’Adriatico e il Danubio furono riunite in una sola circoscrizione doganale con la denominazione di Illyricum, mentre lo stesso nome servì a designare in senso più stretto, forse perché più spiccatamente illirica, la provincia costituita nel 27 a. C. e comprendente la Dalmazia con il territorio a oriente sino al fiume Drino, la Pannonia e per alcun tempo anche quella che più tardi fu la Mesia superiore.

Entro questi stessi termini sarebbe a un dipresso contenuto quello che si considera comunemente territorio illirico per eccellenza e al quale perciò si rivolgono anzitutto le indagini che vengono poi irradiate nei territorî circostanti anche più discosti. Il problema illirico deve essere impostato di preferenza sullo studio del materiale linguistico. Questo materiale si attinge a due fonti: l’una, assai scarsa e impura, è il lessico della lingua albanese; l’altra, abbondante e svariata, l’epigrafia. Oltre a poche glosse, si tratta principalmente di nomi di luoghi e di persone, ai quali si aggiungono i passi degli autori greci e latini.

Procedendo su questa via si constatano parentele e affinità più o meno strette: a oriente e a mezzogiorno con i Dardani, i Peoni, i Macedoni, i Traci e con le popolazioni della Grecia dall’Epiro fin giù nel Peloponneso; a settentrione con i Quadi e altre tribù dei Sudeti e del Danubio fino alle regioni del Baltico; a occidente con i Giapidi, i Liburni, gl’Istri, i Carni (dove, p. es., ἕλος Λούγειον per il lago di Circonio, tramandato da Strabone, altro non sarebbe che la denominazione illirica di “palude”), i Veneti, i Piceni o Picenti e le popolazioni apule dei Iapigi e dei Messapî: il nome stesso del poeta romano Ennio, oriundo dalla Messapia, ritrovandosi in moltissimi esempî anche in altre regioni illiriche, in Dalmazia, in Pannonia e nelle Venezie, sarebbe di origine illirica.

Ancora da queste zone periferiche si dipartono come propaggini alcuni filoni di lingua illirica negli Abruzzi, nella Lucania, in Sicilia, più sporadici nella Campania, nel Sannio, nel Lazio, nella Sabina, nella regione dei Vestini, nell’Umbria (dove vivevano Sallentini illirici e dove la presenza di Giapidi è attestata dalle Tavole iguvine), poche tracce nell’Etruria (dove, per es., il nome della città di Livorno ricorda i Liburni del Carnaro), elementi sicuri nella Dacia. Viceversa il territorio più prettamente illirico subisce in epoche diverse infiltrazioni o influenze straniere: tracie fino alle sponde dell’Adriatico; greche dopo la colonizzazione di Corcira (Corfù) intorno al 700 a. C., alla quale seguirono le fondazioni di Apollonia (Pojani), di Epidamno (Durazzo), Lisso (Alessio), Epidauro (Ragusa vecchia) sulla costa e delle isole di Corcyra Nigra (Curzola), Faro (Lesina), Issa (Lissa); celtiche in seguito alle invasioni guerresche dei Galli del sec. IV (le quali penetrarono molto addentro nelle terre dei Giapidi); infine etrusche e massimamente romane.

L’illirico è generalmente riconosciuto come un dialetto indoeuropeo. La medesima popolazione illirica, parlante questo idioma da classificarsi tra le lingue a tipo satem e caratterizzato come tale da affinità toponomastiche, si ritroverebbe a nord fino ai paesi baltici e a sud fino a Creta. In Grecia e a Creta essa sarebbe preellenica: nei recenti tentativi di decifrazione dei testi epigrafici preellenici si notarono alcune voci che hanno il loro riscontro nell’albanese, così da far supporre che se anche gli antenati degli Albanesi non erano forse identici con gli abitatori preellenici della Grecia, tuttavia potrebbero essere stati con questi in rapporti assai stretti, come sembrano d’altra parte confermare le leggende beotiche, che sono state più sopra riportate, dell’eroe Illirio.

Illirio sarebbe così il prototipo dei capi delle numerose tribù o stirpi in cui erano divisi patriarcalmente gl’Illirî, i quali non riuscirono mai a costituire uno stato unitario, per quanto nel mondo antico fossero riconosciuti sotto quella denominazione nazionale. Solo nella parte meridionale si formarono intorno alla metà del secolo III a. C. due raggruppamenti più notevoli, e precisamente nel territorio dell’odierna Albania un regno sul tipo ellenistico con la capitale Scodra e nella Dalmazia una confederazione di popoli con il capoluogo Delminium, il cui nome si collega con quello della tribù predominante dei Delmati o Dalmati. I Romani distrussero questi e altri stati illirici, ma lasciarono sussistere, come in altre terre conquistate, tali centri politici, che con il tempo diventarono fiorenti città romane, e vi mantennero i loro capi ai quali conferirono il titolo romano di princeps (p. es., nel paese dei Giapidi e nel territtorio di Doclea in Montenegro): da questo deriva forse il titolo di prenk ancora oggi vivente in Albania.

Stando alle manifestazioni archeologiche e alle differenze linguistiche, per cui per esempio l’onomastica messapica si avvicina all’illirica della sponda opposta dell’Adriatico assai più che a quella paleoveneta di lingua centum, il movimento migratorio illirico, iniziatosi verso la fine dell’epoca del bronzo da oriente a occidente, si svolse in diversi periodi, a tappe, ora con maggiore ora con minore intensità, sino a sopraffare nella penisola appenninica le antichissime popolazioni indigene affacciate al versante dell’Adriatico, le quali usavano il rito dell’inumazione, a nord di ceppo ligure, a sud di ceppo siculo. A queste successero delle ondate in senso inverso di genti italiche, etrusche e celtiche, le quali in parte ributtarono gradatamente l’elemento illirico nel suo vecchio territorio, in parte vi penetrarono pacificamente con i commerci. Così già intorno al 1000 a. C. nella prima età del ferro, che in Italia s’identifica con la civiltà villanoviana e a nord delle Alpi con quella di Hallstatt, alcuni oggetti tipici trovati fin nelle regioni carpatiche, e più a oriente, provengono dall’Italia, come più tardi, verso il 700, s’importano colà prodotti dell’arte toreutica dei Veneti dai centri di Este e di Adria.

Si deve credere che l’invasione illirica in Italia abbia preso generalmente la via del mare. Ciò può senz’altro valere per i Giapidi, popolazione a nord della Dalmazia che diede origine alla città di Venosa, per i Sallentini da Sallunto in Dalmazia, per i Dauni, per i Messapî fondatori di Brindisi, per i Peucezî, e così pure per i Liburni che nel Piceno aprirono il porto di Truento, famosi marinai, dei quali Roma adottò uu tipo di naviglio leggiero da guerra, la liburna, come dei Dalmati assunse l’abito nazionale della dalmatica.

Tra le caratteristiche etniche dell’illirismo sarebbe oltremodo importante precisare, meglio di quanto finora sia stato fatto, nomi e oggetti del vestiario, dell’abbigliamento e dell’acconciatura del capo, come fibule, collane, braccialetti, aghi, anelli, ecc. Intanto potrà essere utile confrontare la viva descrizione che lo storico greco Timeo fa della foggia femminile della Daunia con le vesti che indossa la “fanciulla di Valona” illustrata dall’Ugolini e le rozze figure sepolcrali della Pannonia studiate da M. Láng, e con altri particolari del costume nazionale del Norico, della Dalmazia e dell’Apulia stessa.

Gl’Illirî, che prima delle colonizzazioni elleniche della Magna Grecia introdussero forse in Italia i vocaboli Graeci e Ulixes, si erano spinti anche nel territorio degli Enotrî, nella Lucania e negli Abruzzi (dove il fiume Buthrotos della popolazione dei Χῶνες ricorda la località Buthroton dei Χάονες nell’Epiro, oggi Butrinto di Albania) e nelle terre degli Opici e degli Ausonî nella Campania dove in Teano sussisteva memoria dell’eroe giapidico Plator. Altro nome di eroe illirico è Volsimo Lucullo che avrebbe guidato le sue genti nel territorio dei Peligni. Anche la diffusione per tutte le sponde adriatiche del culto di Diomede, congiunto a quello delle acque e dei cavalli (così alle foci del Timavo nell’intimo seno settentrionale dell’Adriatico), è un documento dell’influenza preellenico-illirica. E mentre i testi epigrafici delle regioni sabine verso l’Adriatico, già creduti sabellici, sono rivendicati alla lingua illirica, tracce dell’antica ceramica apula si sono constatate a Teano, Suessula, Benevento, sulle coste tirreniche della Campania, del Lazio e dell’Etruria.

Di tutte le regioni che si suppongono appartenere più o meno direttamente alla civiltà illirica non molte sono state finora esplorate e meno ancora sottoposte a rigoroso esame scientifico. Tuttavia nel territorio dei Veneti (le odierne Tre Venezie), oltre che il centro principale di Este e le iscrizioni paleovenete che si trovano sporadicamente nel Veneto, nel Cadore e fin nell’alta valle della Gail in Carinzia, sono state rivelate alla scienza le vaste necropoli di S. Lucia dell’Isonzo, la caverna di S. Canziano e altre grotte del Carso, in Istria i castellieri e i sepolcreti di Vermo, dei Pizzughi e principalmente di Nesazio che ha dato architetture con decorazioni a spirale e sculture in pietra di sapore miceneggiante. Queste e altre affinità tipologiche, che si riscontrano anche nelle vallate della Rezia (Alto Adige, Tirolo, Grigioni), attestano le strette relazioni dei Veneti da una parte con il Piceno (Novilara) e dall’altra con la stazione di Butmir e con l’altipiano di Glasinac presso Sarajevo in Bosnia. Qui, come anche a Jezerine e in altre località di quel territorio, è notevole la tenacia nella conservazione di forme e decorazioni degli oggetti di abbigliamento, delle armi, del vasellame e delle stele sepolcrali anche dopo le incursioni dei Celti e perfino durante l’Impero romano. Il medesimo fenomeno si osserva nei paesi austriaci (ceramica di Kalenderberg), come è spiccatissima la resistenza che l’elemento illirico oppone alla duplice marea dei Celti e degli Sciti in Ungheria, la quale nell’epoca del bronzo raggiunge un alto grado di cultura solo paragonabile per ricchezza alla micenea. La migrazione scitica si espande poi attraverso la Slesia nella Lusazia.

La civiltà della Lusazia, la quale comprende archeologicamente la Slesia, la Boemia, la Moravia e parti dell’Austria inferiore e della Sassonia, è attribuita pur essa a una popolazione illirica, discendente a sua volta da quella che rappresenta la civiltà di Aunjetitz (Únětice presso Praga) e che nella più antica età del bronzo occupava a un dipresso il medesimo territorio.

Per l’illirismo dell’Apulia hanno particolare importanza le tombe a cumulo o a circolo sinora esplorate nelle murge del Barese, di Bitonto, Ruvo, Andriai Gravina, Altamura, in quanto segnano nettamente il passaggio dalla vecchia civiltà delle tombe a forno dei Siculi a quella nuova degl’Illirî sopravvenuti dalla costa orientale dell’Adriatico.

E l’Adriatico orientale dovrebbe essere appunto la chiave del problema illirico. Dall’esplorazione sistematica felicemente iniziata per opera della missione archeologica italiana iri Albania, la quale per comune consenso dei dotti è considerata se non la culla, la sede classica dell’illirismo, si attende la soluzione di tutti i quesiti inerenti all’origine e alla diffusione degl’Illirî: particolarmente nell’interno del paese, conservativo per la sua natura montuosa, sono da cercare gli elementi primi della vita di questo popolo. Ma le indagini dovranno essere estese nella vicina Dalmazia, che, geograficamente inaccessibile a influenze d’oltremonte e invece aperta in ogni tempo alle correnti della civiltà mediterranea per l’eccellenza e la moltitudine dei suoi porti e delle sue isole, si può dire ancora terra vergine nel campo degli studî preistorici. Intanto ai due confini estremi di questo vasto e importantissimo territorio marittimo, a Nesazio del Carnaro e sull’isola di Leucade, secondo alcuni Ia Itaca d’Omero, il piccone archeologico ha incominciato a rimettere in luce i primi e i più antichi monumenti della sua preistoria.

Da: Enciclopedia Treccani 1933

Articolo di Piero Sticotti, Archeografo.

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