Kalimèret nella Grande Settimana

Giulio Variboba

Kalimèret

(di Pietro Napoletano)

 

Letteralmente, “kalimèra” significa “bel giorno” o “buongiorno” (dal greco kalà-imèra), ed era il buongiorno che, gruppi di giovani, andavano a cantare per le strade e per le case la mattina di Pasqua, per annunziare la buona novella della Resurrezione di Cristo.
Se il canto augurale avveniva di sera, naturalmente, veniva definito “kalispèra”. Successivamente, quello che era un annuncio festoso venne usato anche per indicare quella specie di inni sacri popolari che narravano la passione e morte di N.S. Gesù Cristo. Non so se consciamente o inconsciamente, paradossalmente, anche la passione e morte di Gesù è una buona novella.
Ma quanti paradossi concernenti la religione, il nostro intelletto “limitato”, da suo umano stato, non riesce a comprendere!

La parola “kalimèra” ora, nel piccolo mondo arberesh, è rimasto a significare soltanto quegli inni sacri di sapore popolare che narrano appunto la passione e morte di Gesù, e che vengono cantati con molta devozione durante la Quaresima.
E, nella loro semplicità, sono canti bellissimi ove si trovano immagini poetiche di straordinario vigore: “Djelli u èrr, nder qìell u buar/ hena ka jetr’an u pruar”
(Il sole s’è oscurato, nel cielo è sparito/ la luna si è girata dall’altra parte).

Tramandate di generazione in generazione, le kalimère sono conosciute in tutti i paesi arberesh, anche se con alcune varianti, giacchè  lungo il loro secolare cammino, hanno inevitabilmente subìto qualche lieve modifica.
La più celebre è senz’altro “Nje t’enjten ndaj dite” (Un giovedì sul far del giorno), composta o trascritta dal sacerdote e poeta di San Giorgio Albanese Giulio Variboba ( 1724-1788), ma ve ne sono anche altre moto belle.
Ricordo che già nel primo giorno di Quaresima “Kreshmet”, mia madre dava inizio al canto delle kalimère che creava un’atmosfera di mestizia che contribuiva efficacemente a predisporre l’animo a vivere con profonda devozione il più grande evento della cristianità.

Oltre mia madre, mia zia e noi bambini, c’erano sempre, almeno due o tre donne del vicinato “gjitonia”, che davano vita al coro delle kalimère. Io, con altri ragazzi, eseguivo l’ìson con molto impegno e partecipazione emotiva.

E’ l’ìson una forma di accompagnamento armonico vocale eseguito quasi a bocca chiusa, abituale nel canto liturgico bizantino, in uso nelle chiese greche, dagli effetti suggestivi. Si tratta di una sorta di salmodìa che si svolge su due soli suoni, e che consiste nella tenuta della voce sulle note cosiddette “buone”, seguendo lentamente la melodia.

La nenia più struggente, per me, quella che mi metteva nel cuore una tristezza infinita e in alcuni passaggi mi faceva accapponare la pelle, era “M’u nis Zonja Shen Meri” (S’incamminò la Vergine Maria).
Anche da grande, l’ho risentita volentieri, sempre con grande commozione, quando veniva cantata in chiesa, davanti al Sepolcro, il Giovedì Santo.

A pensarci bene, il testo non è che sia un gran che, e sciorina una sequela di incongruenze storiche, il che ha fatto sempre arricciare il naso a molti saccenti ai quali, a mio avviso, mancava l’umiltà per penetrare il senso profondo del fervore popolare.
Narra la suddetta kalimèra, che la Vergine Maria, affranta dal dolore e piangendo a dirotto, vagava per il mondo alla ricerca del Figlio, e trovandosi a passare davanti ad un convento, chiese ad un cappuccino se avesse per caso visto il di Lei Figliuolo.
Certo,  le incongruenze storiche sono così evidenti che non vale neppure la pena rilevarle.
Ma proprio per questo, a me pare che quel testo, nella sua semplicità e fanciullesca connessione, si presenti con un’altra suggestione lirica che consente ogni, anche eccezionale acrobazia di immagini, perché coglie il senso profondo del mistero della passione e morte di N.S. Gesù, che trascende il tempo e lo spazio si pone come punto di riferimento per l’umanità tutta, del passato, del presente e del futuro.

 

 

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