La poesia popolare albanese, Vorea Ujko

Vorea Ujko papas Domenico Bellizzi
Vorea Ujko
papas Domenico Bellizzi
( a cura di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)

INEDITO DI VOREA UJKO)
Poesia popolare albanese
di Papàs Domenico Bellizzi (Vorea Ujko)
Uno dei maggiori poeti “colti” del vasto e rigoglioso panorama della letteratura arbereshe è da individuare nella figura di Vorea Ujko. Scrive di lui Pietro Napoletano: “Uomo di vastissima cultura, oratore facondo e brillante conversatore, finissimo critico e poeta di raffinata sensibilità. Domenico bellizzi, alias Vorea Ujko, era soprattutto un uomo generoso e disponibilissimo. Certo era consapevole ed orgoglioso della propria intelligenza e della propria cultura, ma non ne era assolutamente geloso.
Nacque a Frascineto il 12 giugno del 1918, ordinato sacerdote di rito greco bizantino, agli inizi del 1943, venne nominato parroco di Firmo, dove svolse la sua missione sacerdotale fino al 5 dicembre del 1988, data del tragico incidente d’auto che lo avrebbe condotto alla morte, avvenuta di li a poco.

La poesia popolare albanese

È risaputo che la poesia popolare è la perla più preziosa della nazione albanese. Tutti gli albanologi e studiosi del folklore hanno messo in risalto la sua straordinaria ricchezza, la perennità e la freschezza.
Questa, più che una semplice poesia, è un sistema poetico popolare perché possiede quella pienezza e complessità, quelle dimensioni necessarie per creare un sistema.
Assomiglia ad un castello costruito per resistere alle intemperie del tempo ed agli assalti della storia.
A volte potrebbe sembrare ripetitiva e diventare monotona ma è la monotonia di un cielo azzurro, del verde delle foreste, della pioggia.
Quando sfogli la poesia popolare ti senti in una sconfinata pianura dove hai voglia di camminare, di galoppare, di vivere, di cantare, di amare, di essere padre, madre, sposa, di combattere e magari di morire come l’eroe nella canzone.
Per molti secoli la poesia popolare è stata per l’uomo albanese la cronaca del suo vivere, la sua storia, la moralità, la saggezza, l’archivio, l’ironia, la memoria nazionale, il messaggio trasmesso di generazione in generazione. Essa ha sostituito la scuola, la stampa, i giornali, l’università, le accademie. Attraverso di essa ha dato le risposte ai problemi religiosi, filosofici, economici, storici e politici.
E questo senza tentennamenti ma con la sicurezza della propria esperienza plurisecolare.
Composta da canti, ballate, epos, vajtime, canti di culla, di matrimonio, di stagioni, proverbi, satire, è la costruzione di un universo dove vive, opera, piange, ride, combatte, si dispera e spera l’uomo arberesh. Ci sono due ipotesi sull’origine di tale poesia. La prima la considera come uno spezzettamento enorme di infiniti elementi poetici, dall’unione dei quali sono venuti fuori monumenti superbi; la seconda la considera come un rimasuglio di un’unica epopea grandiosa spezzettata col passare dei secoli.
Tutte e due le ipotesi sono d’accordo conche il sistema poetico popolare è qualcosa di colossale.
Allora chi avrebbe avuto tanta forza, tanta ispirazione diversificata, polmoni così vasti da affrontare un tale lavoro tirannico? Nessuno.
Per completare questo racconto sarebbe stata necessaria l’unione di migliaia di poeti anonimi. Perciò l’anonimato nella poesia popolare è un fatto sicuro e rassodato.
La quantità di informazioni che dà la poesia popolare è così enorme che i nomi degli autori sarebbero soltanto una goccia d’acqua in un oceano.
Con tutto ciò, i nomi non esistono perché l’anonimato è la forma di esistenza della poesia popolare, è uno dei meccanismi base di questo sistema.
Questo anonimato ha diretti legami con l’unità del sistema popolare poetico. Ed è una cosa sorprendente in quanto l’universalità ed il carattere enciclopedico di questa poesia non causano eclettismo ma accentuano l’unità del suo sistema.
Permettetemi un paragone con la musica.
Nel canto polifonico del sud, l’ison, indipendentemente dal fatto che è senza parole (è ciò, secondo gli studiosi, dimostra che è una forma più antica del coro greco) non è soltanto una forma di esecuzione ma fa parte dell’insieme del canto.
Queste specie di mormorio collettivo, anonimo, è forse il più importante del canto stesso. L’isos è una base di appoggio, approvazione, unanimità.
Per mezzo di esso il popolo concede quasi il permesso per continuare il canto. Se l’isos si interrompe questo permesso viene ritirato.
Se esaminiamo attentamente le ballate popolari, la musica che li accompagna, i costumi delle persone che cantano, troviamo espressa in mille forme questa unità creata a poco a poco attraverso una pazienza, una lotta interiore secolare e indivisibile. In essa sono confluite migliaia di individualità poetiche e tuttavia questa immensa pianura magica ha succhiato loro ogni segno di distinzione.
La poesia popolare è, se volete, una biografia ma la biografia dell’intero popolo albanese.
Adesso viene spontanea una domanda: perché il popolo ha scritto questa biografia colossale? Forse perché non esisteva alcuna biografia? La spiegazione è giusta per quella fase dell’arte poetica popolare che si è creata prima che si sviluppasse la letteratura riflessa (colta).
Tanto più che nel lungo periodo dell’occupazione turca il popolo albanese ha avuto mille ragioni per fare ciò.
Il suo mondo poetico era un mezzo potente di difesa dalla struttura statale islamica, dall’oscuramento orientale che piombò sull’Albania dopo l’occupazione.
Giammai il popolo albanese si è trovato sotto un mondo spirituale ed ideologico tanto diverso dal suo. L’arte, la filosofia, i canti, i costumi, il clima spirituale, tutto era nemico e inaccettabile.
Era perciò naturale che, tra loro ed i conquistatori asiatici, gli albanesi erigessero una barriera quanto più possibile insormontabile.
La loro arte orale possedeva tutte le qualità per adempiere questa missione. Ed era questa missione che la spinse ed accentuò il carattere enciclopedico di quest’arte.
Lungo i secoli dell’occupazione ottomana, il canto popolare albanese, in forma minore e più modesta nel periodo pre-turco, è cresciuto fino a prendere le dimensioni di un universo. Si è creata così quella poesia popolare che era nello stesso tempo epopea e cronaca quotidiana, stampa e università, calendario e metodo pedagogico.
Sembra che la musa popolare albanese si sia affrettata per potenziare ed illuminare un mondo prima che le dense nebbie degli occupatori scendessero su di esso per oscurarlo.
Nel frattempo, lungo il periodo dell’occupazione, accanto alla poesia orale, nacque e si sviluppò anche la letteratura colta, riflessa.
Abbiamo detto che la poesia popolare nacque e si sviluppò dapprima per riempire un vuoto, ed in seguito per contrastare un modo di essere e di pensare, una filosofia mai accettata. Ma adesso che c’è una letteratura colta, adesso che la biografia del popolo viene scritta dagli scrittori, sarebbe naturale attendere, se non la fine almeno una diminuzione di questa poesia orale popolare. Non è stato così. Come si spiega ciò? È stato un semplice fatto meccanico? Per forza di inerzia, come si dice? Ma ciò che vive per forza di inerzia, col passare del tempo esaurisce la propria carica e scompare.
Invece la storia ha dimostrato che nella fase di sviluppo della letteratura colta, c’è stato l’identico sviluppo nella poesia popolare.
Come possiamo spiegarlo? Antonio Gramsci, di origine albanese per parte di padre, dice che ciò che determina l’importanza della poesia popolare di una nazione è la maniera del popolo di concepire il mondo e la vita in pieno contrasto con la società ufficiale.
Questo principio non lo accetto in linea generale in quanto nelle società democratiche è il popolo stesso che fa le scelte di fondo, ma lo posso accettare per la particolare situazione albanese sotto l’occupazione ottomana. Aggiungo anche che l’albanese (shqiptari-arbereshi) ha nel sangue il senso della critica e dell’ironia e commenta sempre, a modo suo, gli avvenimenti che accadono sotto i suoi occhi. Ciò risulta anche dal fatto che quasi non c’è paese arberesh che non abbia il proprio poeta popolare, più o meno noto, che critica o sferza con ironia bonaria avvenimenti e persone (ricordiamo tutti Orazio Capparelli).
In altre parole, il popolo vuole scrivere da solo la propria biografia e non accetta quella scritta da altri, ed ha la sicurezza di non sbagliare.
A questo punto dobbiamo porci una domanda. Che età hanno le testimonianze artistiche del popolo albanese?
È risaputo che il territorio sul quale vive questo popolo è uno dei più antichi del mondo. In tutte le altre parti dell’Europa è difficile trovare un folklore che possa reggere il paragone con quello dei Balcani; e tra questi è difficile trovare altro più grandioso di quello albanese e greco.
Molti scienziati l’hanno messo in evidenza e ormai nessuno nega che il popolo albanese fa parte di una delle zone più antiche ed epiche dell’umanità e può vantarsi di essere stato l’autore o coautore di alcuni dei tesori artistici più apprezzati che si sono mai creati.
Dagli eroi di Omero, dalla mitologia e demonologia greca fino ai poemi bizantini si distende un filo di rassomiglianza tra l’epos albanese e quello greco-bizantino.
Studiosi seri spiegano il nome di Ulisse dalla parola albanese udhë- via, strada (greco odhiseu – albanese udhesi).
La maga Circe ha la sua consorella in numerose favole e leggende, essendo uno dei personaggi più familiari del folklore albanese.
I giganti con un occhio (Polifemo), la moglie che attende suo marito (Penelope), il ritorno di Costantino il piccolo, mentre si sta celebrando il matrimonio della sua sposa, l’uomo che scende nell’inferno (Orfeo), il risveglio dell’eroe morto, tutto questo è consueto nella poetica albanese.
Ma le rassomiglianze si estendono oltre i confini balcanici, nel substrato europeo che è stato in qualche modo influenzato, direttamente o indirettamente dalla cultura balcanica. Basti pensare che gli elementi danteschi si trovano quasi tutti nella poesia popolare albanese.
Nella favola antica «i vdekuri lan borxin» (il morto estingue il debito) si trova quasi tutta la struttura dell’inferno dantesco, con i cerchi dove i peccatori sono divisi secondo le proprie colpe.
Si conosce l’interesse di Goethe per il folklore dei Balcani. Nel suo Faust ci sono due motivi che si trovano spesso nella prosa popolare albanese; la giovinezza eterna ed il contratto con il diavolo.
Certamente, ma questo folklore non è rimasto senza influsso di una zona epica molto più antica, come quella dei Balcani. La cultura greco-illirica, attraverso le conquiste romane, si è estesa fino alle isole britanniche. Questa arte popolare albanese è legata all’arte greca.
Come hanno constatato gli studiosi, tra la cultura erudita greca e la cultura popolare traco-illirica è esistito un rapporto di relazioni come tra un’arte riflessa ed un’arte popolare. Bisogna sottolineare che in quei tempi l’arte popolare ha influenzato fortemente l’arte riflessa ed è stato il suo alimento principale.
L’arte greca si è nutrita di tutte le fonti vicine, indipendentemente dal fatto che non esistano testimonianze scritte.
Il popolo albanese, come uno dei più antichi se non il più antico della penisola balcanica, ha la sua parte indiscutibile nel comune tesoro interbalcanico.
Ragionando sulla primogenitura o co-primogenitura del popolo albanese nella reazione del tesoro balcanico, permettetemi di evocare dalla profondità dei tempi Legjenden e dhurimit e Legjenden e fjales së dhëne ossia Kostandini e Doruntina. Tutti e due hanno fatto da supporto alla letteratura universale per creare drammi, romanzi e poemi in molte lingue.
In verità sono due perle che splendono di luce propria.
Quando Goethe ne venne a conoscenza, rimase affascinato e disse che sono i canti più emozionanti di tutti i popoli in tutti i tempi. (A noi interessa la ballata di «Kostandini e Doruntina» che ancora si canta nelle nostre vallje).
Venti nazioni hanno preteso e pretendono la primogenitura di queste ballate ed ognuna porta i propri argomenti: l’atmosfera cavalleresca, il tono melodrammatico, le qualità artistiche, la forza fisica degli eroi, le relazioni fratello-sorella in alcuni popoli.
Come si vede, si dimentica il nocciolo principale per cui la ballata fu scritta, cioè la conservazione della parola data, della «besa».
Nessuna interpretazione e nessun ragionamento può coprire questo nocciolo fondamentale della leggenda, e che è il motore di ogni suo movimento.
È la parola data, la «besa», che apre la tomba e realizza l’impossibile: il ritorno dell’uomo alla vita per mantenere la parola data.
Perciò questa stupenda leggenda, indipendentemente dalle diverse denominazioni con cui è conosciuta (Kënga e Halil Garrise, Kënga e Diqines, Kënga e Kostandinit e Garentines o Durëntines) non è altro che il poema della «besa», e come tale l’autore non può essere che quel popolo che la parola data, la «besa», l’ha sempre considerata non solo come una categoria morale ma come una legge, un regolatore sempre presente nel processo degli avvenimenti della sua vita plurisecolare.
La fedeltà, la promessa, la parola data sono state sempre apprezzate e continuano ad esserlo da tutti i popoli, perché sono tra le fondamenta della morale e della virtù; ma in nessun altro luogo come in Albania ha avuto un peso tanto considerevole da diventare una istituzione giuridica con le sue leggi e le diverse interpretazioni.
La parola data, la «besa» non era soltanto qualcosa che apparteneva alla sfera filosofica ed etica ma un meccanismo che operava concretamente nella vita dell’albanese e che per lunghi periodi ha sostituito i tribunali, la polizia e le forze dell’ordine in larga parte del paese.
Il dare la «besa», il mantenere o calpestare la «besa», la «besa» tra gli uomini, tra paesi, tra regioni, costituiva un atto importantissimo, che qualche volta ha causato tragedie irreparabili. Molti uomini sono stati uccisi ed interi paesi distrutti a causa della «besa».
Chiamare un albanese «i pabese» è il disprezzo più grande, il secolare nemico turco ha avuto sempre l’epiteto «i pabese».
C’è ancora da notare che la «besa» non apparteneva ad una élite, ad una casta particolare, ma a tutta la massa del popolo e perciò aveva assunto le dimensioni di una costituzione mai scritta, ma praticamente operante.
Calpestare la «besa» era, per l’uomo albanese, di generazione in generazione un’azione imperdonabile. Essa è uno dei motivi che ricorre spesso nella prosa e poesia popolare.
Come prodotto della coscienza collettiva della nazione, ha una parte importante per la spiegazione di molti avvenimenti e situazioni storiche del passato e del presente.
Nella Ballata di Costantino e Garentina la tomba di Costantino è sempre bagnata di acqua e fango, perché lui non ha mantenuto la parola data, la «besa». Quando la madre rimasta in solitudine completa, si reca nel giorno dei morti sulla tomba del figlio, lo rimprovera con queste parole: «Kostandin, të arhdtë gjema, /ku ë besa që me dhe?/ besa jote nën dhe…»
Questo è il rimprovero più bruciante che si possa fare ad un albanese ed è un rimprovero tale da fare indietreggiare i confini della morte. Da un simile rimprovero o, se volete, da una simile maledizione non ti difende nessuno; ed è questo grido della madre e nient’altro che fa si che Costantino possa compiere l’impossibile, spezzare le leggi della vita e della morte, alzarsi dalla tomba, saltare sul cavallo e galoppare nella notte, sotto la luna, nelle strade polverose, per andare a riprendere sua sorella sposata lontano e riportarla alla madre, così come aveva dato la parola, la «besa». E soltanto quando avrà estinto il suo debito e consegnato la sorella alla madre, può tornare nella tomba e riposare tranquillo per sempre.
In tutte le varianti, rumena, bulgara, serbo-croata, greca, questa è la circostanza chiave di tutto il dramma, e che dà il movimento a tutta la ballata, non è messa in risalto e l’attenzione si sposta su altri motivi.
È pensiero comune tra gli studiosi che la ballata, come genere, appare in epoche molto antiche, da cui viene trasmessa per via orale, subendo lungo il cammino, un processo di trasformazioni secondo i gusti di ogni popolo.
Nella Ballata della sorella e del fratello morto c’è una materia mitologica molto antica che ci ricorda anche il mito di Demetra e Persefone, cioè il simbolismo della nascita della primavera. In molte varianti albanesi questa ballata, sempre secondo gli studiosi, conosce tre fasi. La prima è conosciuta come Kënga e Halil Garrise la seconda col nome di Kënga e Dhoqines, la terza col nome di Kënga e Costandinit e Garentines.
Su questa ultima, conservata dagli Arbereshe, c’è da notare che essa non è più una ballata di derivazione dal mondo agricolo ma di combattenti nobili. La madre è di stirpe nobile ed i suoi figli «trima bucare». Anche la ragazza viene richiesta per sposa da «bij zoterish e bujaresh». I fratelli cadono eroicamente nelle battaglie. Tutta la ballata è nobilitata ed ha lasciato lontano l’ispirazione agricola di quella di Halil Garrise
Ecco in sintesi il contenuto. C’era una madre nobile che aveva nove figli e, decima, una figlia. Venivano da ogni parte i figli dei signori e dei nobili a chiederla in sposa, ma né i fratelli né la madre volevano, perché essi vivevano molto lontano. In ultimo arriva un giovane particolarmente raccomandabile. Anche a lui dicono di no ma Costantino, il più piccolo dei fratelli, si ostina a sposare la sorella e dà la parola, la «besa», alla madre che quando avrà bisogno della figlia, lui la andrà a prendere. Sposano Garentina. Tutti i fratelli muoiono nelle battaglie e muore anche Costantino. La madre rimane sola. Nel giorno dedicato ai morti si reca sulle tombe dei figli ed in ognuna di esse accende una candela. Su quella di Costantino accende due candele e gli ricorda la parola data. Costantino si alza dalla tomba e va a riprendere la sorella per riportarla alla madre. Appena vede la Chiesa del suo paese si allontana dalla sorella dicendole che ha da fare in Chiesa. La sorella entra in casa della madre e, per la forte emozione muoiono una nelle braccia dell’altra.
Non è per caso che la Ballata principale degli Arbereshe è proprio questa di Costantino e Garentina (o Durindina).
Essi la cantano nelle serate delle feste principali e particolarmente nel Martedì di Pasqua.
Questa Ballata, con quell’ondeggiamento tra la vita e la morte, con quel realizzare l’impossibile, era la più vicina alla loro condizione spirituale.
Il fenomeno arberesh è tra i più importanti di tutta la storia nazionale albanese. Ivi tutto si è messo alla prova: la memoria della patria, la lingua, le tradizioni. Il popolo arberesh ha fatto fronte a tutto ed ha superato ogni dramma anche con l’aiuto dei suoi meravigliosi canti popolari, anche con la Ballata di Costantino e Garentina. Per concludere questa mia umile conferenza, dirò che non si può mettere in dubbio che una delle perle più preziose dell’umanità appartenga, a quel popolo che non solo ha fatto della «besa» una istituzione morale giuridica ma ha sempre vissuto con essa dai tempi più antichi fino ai più moderni.

Papàs Domenico Bellizzi (Vorea Ujko

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