La questione dei Coronei

1383982_649772775044495_605820203_nQuella dei Coronei è una delle questioni sulla quale si è poco dibattuto e dove una poco autoritaria ed insicura storiografia si è avviticchiata. In pochi, per la maggior parte non cattedratici partoriti o addirittura abortiti dalla nefandezza della politica partitica, si sono appropinquati alla delicata tematica e fra costoro è mio impegno vincolante assunto, volontariamente, ricordare la maestosa figura intellettuale dell’Arberesh Vittorio Elmo. Egli è stato uno di quei pochi che hanno avuto l’intuizione, come scrive Costantino Marco, più significativa della ricerca relativamente al ruolo e all’apporto dell’emigrazione coronea e greco- albanese. Vittorio Elmo, nato a Vaccarizzo Albanese nel 1924, la sua era una delle famiglie più rappresentative di quel paese, compì gli studì classici nel Collegio San Adriano e giovanissimo si trasferì a Roma per intraprendere quelli universitari. Di formazione giuridico sociale, suo diletto erano gli studi storici. Fra i suoi scritti più importanti vanno ricordati: “ Le idee dell’Illuminismo nel pensiero degli Italo Albanesi nel XVIII secolo”; “Pasquale Scura Ministro Arberesh”; “ Proprietà e possesso nella società contadina arberesh “; Le grandi anime della piccola patria arberesh.”
Dei Coronei
( Vittorio Elmo)

I flussi migratori che convogliarono tanta gente albanese, originatisi in epoche diverse, trovarono foce in Italia, Grecia, Spagna, Dalmazia, Croazia, Bosnia, Serbia, Bulgaria, Romania, Turchia, Egitto e Bosforo.
Può, quindi, dirsi che l’elemento albanese travalica i limiti dell’Albania geopolitica e forma, non senza una certa compattezza, i più ampi confini dell’Albania etnografica. La gente albanese in Italia ha conferito esistenza ad una miriade di comunità che, complessivamente considerate, costituiscono solo una esigua parte, pur significativa, della diaspora albanese in Europa. Un’altra parte, consistente e ugualmente significativa, insiste nei territori della Grecia.
La vasta diaspora albanese, fermatasi in Grecia sin dalla fine del 1200, venne alimentata costantemente fino a costituire in epoca contemporanea una cospicua parte della popolazione greca.
Scrive A. Galante in “l’Albania”, Roma 1901 pag. 43: “Esistono colonie albanesi nell Locride, in Boezia, vicino Tebe, nell’Attica e fin presso l’Acropoli di Atene. Colonie albanesi costituiscono l’intera popolazione della parte settentrionale di Andras e dell’Eubea meridionale ( Negroponte), nonché delle isole di Spetzia e dell’Hindra al sud della Morea tra i golfi di Egina e Nenflia. Ne esistono nella Megaride. Predominano sulla popolazione greca dell’isola di Paros Salamis ( Cicladi). Formano nella Morea o Peloponneso la massa principale degli abitanti dell’Argolide, della Corinzia, e della Sicionia. Se ne incontrano nell’Arcadia, nella Laconia, nella Messenia e nell’Elide. In altre parole gli albanesi costituiscono circa la settima parte della popolazione di tutta la Grecia.”
L’elemento albanese, se in origine ( fine 1200) travalicò in gruppi sparuti i confini della Grecia, seguendo spontaneamente itinerari su terraferma che lo condussero a delineare la vasta diaspora, in epoca immediatamente successiva e fino alla metà del ‘400, con moto irruento, seguitò la sua emigrazione incoraggiato dai veneziani su naviglio della Serenissima. Venezia, infatti, con le sue tante basi sulle isole del Mediterraneo orientale, in piena espansione economica, rafforzava il suo ruolo di potenza internazionale svolgendo la sua opera mediatrice tra l’oriente e l’occidente e, nel contempo, rafforzando la sua presenza nei porti della Grecia e la sua influenza protettrice nell’entroterra greco.
Muovendo dalla metà del ‘400, la pressione turca si dimostrò più risoluta, e Venezia perse progressivamente i territori protetti e le basi che per lunghi secoli costituirono i punti nevralgici dei suoi domini nell’Europa orientale. Caddero Corone, Modone nella Morea, L’Eubea fino al crollo della prestigiosa base di Cipro. Pietro Pompilio Rodotà, nella sua maestosa opera “ Dell’Origine, progresso e stato presente del Rito Greco in Italia”: << Corone è nobilissima città del Peloponneso, la quale fin dall’anno 1204 datasi spontaneamente a’ veneziani riposava tranquillamente sotto il loro placido e saggio Governo. Qui vennero a cercare asilo, ed a stabilire la loro mansione, come in un porto sicuro molte famiglie dell’Albania nella comune desolazione della Provincia, amando di serbar colla religione la vita, e persuase d’essere trattate da un Principe cattolico co’ sentimenti di tenerezza e di stima. Non furono vane o lusinghiere le loro mire, fino a quando Bajazzette II posto il piede vittorioso in quella città l’anno 1468, non ispiegò nelle fortezze gli stendardi trionfanti della luna ottomana… Mentre l’afflitta città di Corone languiva sotto il dominio di Solimano, Carlo V… spedì a quei lidi l’anno 1532, una ben guarnita flotta navale sotto il comando del Grande Ammiraglio Andrea Doria, cui i coronei non tardavano a spedire dei nascosti messaggi per sollecitare la sua venuta, per informarlo dello stato interno della città… Il Doria valendosi delle segnalate notizie, si diede a battere Corone per tre giorni…Allora i paesani apparvero senza maschera…e con festose grida acclamarono la sovranità di Carlo V… Il rimbombo del cannone degli imperiali risvegliò i popoli vicini, e portò loro lo spavento… Zadare, uno dei generali turchi, venne il dì seguente con 700 cavalieri per dare soccorso ai suoi sbigottiti soldati. Gli spagnoli e i coronei gli andarono contro… furono costretti ad arrendersi al Doria. In questa segnalata vittoria, i coronei, che si erano distinti con il loro ardire, accompagnarono l’Ammiraglio e gli spagnoli con infinite acclamazioni… Queste furono le prime significazioni di fedeltà e di coraggio, che questo popolo diede a Carlo V…>>.
Anche la Spagna di Carlo V tentò, con alterne vicende, di arginare la progressiva espansione ottomana, e la resa di Corone segnò una delle vicende più gloriose degli anni 30 del XVI secolo che videro rifulgere il valore dei greco albanesi. Continua ancora il Rodotà: << Partì il Doria, e confidò il governo della città a D. Girolamo Mendoza. Solimano giurò di voler prendere di loro aspra vendetta. Pose in piedi una poderosa armata, la spinse a rioccupare la città perduta. Il Mendoza vedendosi di stretto assedio spedì a D. Poetro di Toledo Vicerè di Napoli un messaggio, implorando, pronto soccorso… Carlo V affrettò un’altra armata navale sotto la direzione del medesimo Doria… che postosi in ordine di battaglia… e il Mendoza coi cittadini incalzandola dall’altro… e posero questa in rotta… Il Gran Sultano, che non avea posto in oblìo il disegno d’oltraggiare i paesani vi ritornò pieno di sdegno. Carlo V sensibile al volontario ossequio dei nobili coronei che si erano impegnati a favore della R. Corona, fece sottrarre in tempo opportune molte famiglie dal furore di quelli, e trasportarle a sue spese sopra dugento bastimenti ai lidi del reame di Napoli. Molte si diffusero in diverse province. Altre amarono il soggiorno nella Capitale del Regno… Tutti erano annualmente sostenuti coll’assegnamento di 5000 ducati loro generosamente somministrati dall’Erario… altre famiglie passarono nella Calabria Citeriore. Carlo V in attestato di sua gratitudine verso la costante fedeltà dei coronei… spedì diploma il 18 luglio del 1534 in cui rendendo pubblica testimonianza dell’ardente zelo li esime dai tributi e contribuzioni comuni agli altri sudditi… La Real Camera della Sommaria nel cui Archivio è registrato il diploma… lo ha più volte confermato a supplica delle parti interessate>>.
La venuta di tanta gente d’origine albanese in Italia, questa volta proveniente dalla Grecia, significò la rigenerazione delle tante comunità arberesh che da tempo ormai stremate volgevano al pieno declino.
Questa nuova e numerosissima gente, infatti, si sovrappose a quella già da tempo insediata, mutando il volto di tante comunità arberesh.
I primi Albanesi venuti in Italia, stremati dalle ostilità del regime feudale del XV secolo, ormai al limite di ogni sopportazione, poterono ricevere linfa vitale dai loro antichi fratelli Arvanidhi.
I Coronei giunsero in Italia ospitati e protetti dalle navi della flotta imperiale di Carlo V, trovando migliore accoglienza dal più temperato clima feudale del XVI secolo. Essi poterono evitare gli estenuanti percorsi sui lunghi ed impervi sentieri che avevano condotto i primi Albanesi ad individuare i siti dove finalmente insediarsi. I Coronei, dunque, non conobbero del tutto le dure condizioni dei primi profughi… Soprattutto non avvertirono il dileggio degli autoctoni, loro che, provenienti da lidi ameni di civiltà indiscussa, portarono lo sfarzo del rito religioso, i segni postumi ma ancora vivissimi dell’ellenismo ed una lingua arricchita di preziosità.
Allorquando approdarono sui lidi italiani, gli Arvanidhi, divenuti nei secoli profondamente diversi dagli altri albanesi operarono verso i consanguinei Arbresh , una sorta di agnizione volgendo lo sguardo verso la terra ove nacquero e vissero, trassero la convinzione che il loro peregrinare sarebbe valso a travasare il loro più ricco patrimonio culturale su quello più povero dei loro consanguinei arberesh, al fine di rigenerarlo. Con questo spirito e con questa convinzione si riversarono nelle comunità arberesh confondendosi e in più circostanze sovrapponendosi alle popolazioni preesistenti.
S’accompagnò a questa moltitudine evoluta e laboriosa un clero più colto a quello che si era unito ai primi profughi trasmigrati nel secolo precedente. La formazione culturale di questo clero fornisce il parametro per comprendere il grado di evoluzione degli Arvanidhi. Formazione culturale nata dal costante parallelismo tra classicità greca e classicità latina e sviluppata fino all’acquisizione di una visione moderna impressa dagli influssi ricevuti dai continui contatti con i veneziani.
Questo clero più colto si sovrappose a quello preesistente assumendo il ruolo della guida spirituale della comunità. La sua funzione, però, non si limitò alla mera tutela degli interessi religiosi, dei quali naturalmente s’investì, ma penetrò molto in profondità affermando il rito greco tra le comunità arberesh esperimentando esercizi liturgici più compiuti e rispondenti alla comprensione dei fedeli. Assunse anche la piena rappresentatività di ogni singolo membro delle comunità, distinguendosi, tra l’altro, nelle azioni di tutela e di rivendica di diritti, intentate nei confronti dei feudatari laici ed ecclesiastici.
Questi sacerdoti, come capi spirituali, furono per molto tempo i naturali depositari e custodi dei valori delle comunità, infondendoli fra le proprie genti.
Tutto questo fermento rigeneratore, manifestatosi già con l’arrivo dei primi Coronei, ebbe lento ma graduale sviluppo allorquando, dopo qualche anno, finì la loro emigrazione politica e si delineò una lunga e continua emigrazione economica di altrettanta gente proveniente da altre regioni della Grecia, conclusasi dopo la metà del XVI secoli, sotto Filippo II.
Quanto sopra non deve far presumere che gli Arvanidhi avessero posseduto ricchezze in Grecia, o che ricchezze avrebbero potuto procurarci trasmigrando in Italia. Essi avevano attinto in Grecia da una tradizione compiuta gli elementi per una cultura di base, non posseduta dal clero che era emigrato direttamente dall’Albania, ma pur sempre una cultura posseduta da uomini del loro tempo, formatisi nelle proprie comunità in terra di Grecia e che affievolirono col tempo il loro travaglio rigeneratore nelle sempre povere comunità di approdo.
Storicamente deve sostenersi che il grado di cultura del clero arberesh venne elevandosi in tempi recenti, e per alcuni fu un grado di cultura robusto, rafforzatosi nel corso del lungo confronto, spesso aspro, con il clero di rito latino. Del resto, l’ordine feudale laico ed ecclesiastico che lo ebbe ospite, anche se via via più temperato rispetto all’asprezza che lo informava prima, espresse pur sempre l’intenzione di soggiogarlo, anche perché diverso per matrice etnica, per cultura, ma soprattutto perché portatore di un estraneo rito religioso.
I Coronei, in sostanza, si differenziarono dagli altri Albanesi che formarono i primi insediamenti, per la più moderna visione della vita che consentì loro un grado di esistenza relativamente più elevato.
Non è vero che in Italia immigrarono solo Albanesi provenienti dalla Toskeria ed altri provenienti dalla Grecia, poiché è comprovato che immigrarono anche Gheghi in larga misura. E’ vero, invece, che gli Arvanidhi venuti in Italia con la loro origine toska e con le preziosità lessicali acquisite in Grecia, influenzarono tutte le comunità arberesh imponendo a queste il loro lessico. Solo da tanto può trarre fondamento l’affermazione di quanti sostengono che il lessico degli Arberesh è comune a tutte le comunità e che nella costruzione linguistica che si compie in Albania potrà innestarsi il lessico tutto Tosko degli Arberesh.
Si è propensi ad affermare che, dopo l’arrivo degli Arvanidhi in Italia, anche l’esame glottologico più attento non potrebbe pervenire ad esiti certi circa l’originaria appartenenza ghega e toska dei primi insediamenti della diaspora.
Con gli Arvanidhi, infatti, si modificò la fonetica e parte rilevante della struttura morfologica delle originarie parlate e si arricchì soprattutto il lessico.
La tematica attinente al ruolo assunto e svolto dai coronei e dall’altra tanta gente venuta successivamente dalla Grecia, nell’ambito delle comunità arberesh, non ebbe uniforme considerazione da parte anche di molta avveduta ed autorevole storiografia che si limitò a porre in risalto piuttosto la munificenza di Carlo V che conferì diploma attestante l’indiscussa fedeltà dimostrata alla Corte di Spagna dai profughi coronei. Tale attestazione formale, resa universalmente visibile da un diploma, avrebbe assunto anche effetti sostanziali a seguito della contestuale assegnazione di un mantenimento dal Regio Erario napoletano di 5000 ducati annui, oltre all’esonero dal pagamento di tributi e tasse comunali agli altri sudditi.
La ricerca delle testimonianze dei privilegi concessi ai profughi fece trascurare la ricerca attinente l’attuazione dei provvedimenti adottati.
Se è vero che tali privilegi e benefici in favore dei profughi furono effettivamente concessi, è altrettanto vero che tali elargizioni rimasero prevalentemente senza attuazione, a cagione dell’estrema povertà ed ignoranza che contraddistingueva gli Albanesi in quel tempo.
Dai bastimenti di Carlo V approdarono in terra italiana tanti Greci e molti Greco-Albanesi di Corone. Ma mentre i primi , abitualmente dediti ai traffici mercantili nella loro città, si fermarono a Napoli ed in altri vicini centri urbani, , godendo anche di tutti i privilegi per loro statuiti, i secondi, invece, dediti abitualmente all’esercizio di attività agricole svolte nell’immediato entroterra di Corone, preferirono congiungersi con gli antichi consanguinei, raggiungendoli nelle comunità arberesh disseminate nelle tante province napoletane ed in Sicilia. Costoro, nell’isolamento in cui vissero per secoli, , forse ignorarono del tutto i provvedimenti adottati in loro favore, di cui certamente pochi ebbero a goderne.

Estratto da: Le Grandi anime della piccola patria arbereshe; Costantino Marco editore in Lungro, luglio 2003.

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