La Rivoluzione francese e la Repubblica Partenopea ( Parte prima)

La Rivoluzione francese è stato uno degli eventi più importanti della storia dell’uomo che maggiormente hanno costituito oggetto di disquisizioni. Fuor di dubbio, essa s’incubò e vide luce soprattutto per le nuove correnti filosofiche dell’Illuminismo liberale e anticlericale e come tutte le rivoluzioni essa non fu popolare, ma borghese, con ecumenicità, anche del giacobinismo ecclesiastico. Ma poichè si tratta di un avvenimento particolarmente predisposto a coinvolgere giudizi di carattere politico, è stata, per lo più delle volte, fertile terreno di divulgazione ideologica piuttosto che di indagini strettamente scientifiche. Indefinite sono state le interpetrazioni date alla Rivoluzione francese, ma essa, viene configurata, dalla maggior parte degli intellettuali di oggi, come un fenomeno che assimila attuali problematiche esistenziali. Con meditante concentrazione si rifletta, ad esempio, sui principi fondamentali della democrazia, sulla questione dell’uso legittimo o illegittimo della violenza e dei soprusi, sulle forme di organizzazione della società e delle conquiste politiche, sul ruolo degli intellettuali o dei dirigenti politici, sulla questione del partito unico o della repressione, sulla articolata problematica intrinseca al rapporto fra stati e religioni, su tematiche demagogiche e strumentali della divulgazione ideologica o ancor di più la creazione di miti e di simboli: in sostanza una lunga serie di valori o disvalori, nei quali, da duecento anni, intere generazioni, hanno formato e formano la propria coscienza politica.
In Francia, la situazione politica e sociale alla fine del XVIII secolo, si delineava, negativamente più marcata rispetto alle altre realtà statuali d’Europa: l’imposto e profondo divario fra le classi sociali esacerbava, in maniera inquietante, le masse popolari, costituite prevalentemente dal ceto contadino che, tassato all’inverosimile per il sostentamento delle spese rese grevi dall’aristocrazia,  si unì per agire concordemente, nella contestazione, con la piccola e media borghesia. Il sovrano, Luigi XVI, goffo ed incompetente,  conscio della sua incapacità di governare saggiamente, non diede importanza al fenomenale stato di disagio in cui, con implacabile disperazione, il Terzo Stato e il ceto medio fossero costretti a condurre vita, producendo dispendioso disprezzo per gli spropositi dell’aristocrazia. Le entrate del regno, infatti, in quel periodo, venivano impiegate, in maggior misura, più  per l’aiuto devoluto ai bisogni della rivoluzione americana, che lottava per l’indipendenza dall’Inghilterra e alle sfarzose feste di corte che per una regolamentazione dell’economia rientrante nei parametri della normalità. Il 95% delle entrate fiscali proveniva dalla produzione agricola, la quale, essendo sottoposta ad incredibile tassazione e angosciata dalla carestia del 1787, agonizzante cessò di essere forza trainante dell’economia nazionale. In quello stesso anno Jacqus Neker assume la direzione delle Finanze, venendo a conoscenza del grave dissesto finanziario e delle concomitanti cause, arditamente, l’anno successivo pubblica il “Compte Rendu”, dove rivela la drammaticità della situazione economica. le spesse folli e gli inamissibili sprechi della corte: per questa onesta e responsabile divulgazione venne destituito dall’incarico. Dalla sua bilanciata ed analitica ricerca dedusse che: dei 503 milioni di lire in entrata allo Stato, ben 629 costituivano la spesa, includendo nella stessa 38 milioni per feste e pensioni ai cortigiani.
La situazione divenne insostenibile e nessuno, ad esclusione del Neker, esonerato, pare abbia avuto la volontà di porre rimedio alla dilatazione della abissale voragine volontariamente provocata.
Come assunto in precedenza, le cause originanti la Rivoluzione Francese, debbono, oltre che, da attribuirsi al malcontento del terzo Stato, in buona porzione anche alle esigenze di comodo della borghesia e ai nascenti concetti di Razionalismo, Contrattualismo ed Egualitarismo dell’autoctono Illuminismo.
Il 1789 è stato l’anno dei grandi sconvolgimenti sia per i francesi che per il resto della civiltà europea: il 14 luglio ci fu la presa della Bastiglia e un mese dopo con la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e dei Cittadini”, venivano aboliti i diritti feudali, le classi sociali, più tardi la schiavitù nelle colonie e tutto ciò che ostava i principii dell’esistenzialità dell’uomo. Prescindendo dai personaggi che, da attori o comparse, si distinsero negli eventi rivoluzionari, è necessario dissertare di storiografia moderata, reazionaria, radicale, marxista, anarchica, senza la remora di confondere la politica con l’indagine scientifica. Con ispirito, non malcelato e con dovuta meditazione, fra le plurilaterali asserzioni di carattere ideologico, si è giunti unanimemente alla giusta risoluzione che, la Rivoluzione Francese, da sola o assieme ad altre rivoluzioni ad essa contemporanee, sia con i successi che con le negatività, ha, con stile carismatico, introdotto nuovi ed irreversibili elementi nella storia della civiltà europea occidentale. Oggetto di discussione potrebbe essere considerata, come proiezione prospettica, se le novità da essa introdotte, costituiscano contrasto con il passato dell‘ancien règime oppure una accelerazione di processi avviati da tempo. Inconfutabile è che essa, con le sue produzioni, diede all’uomo, nella storia, la dignità dovutagli.
Negli anni successivi, la Francia rivoluzionaria, acquistò la simpatia, in quasi tutta Europa, di molti intellettuali e di una considerevole frangia delle classi popolari e di tutti coloro che speravano nella solenne dichiarazione del 1792, dove la nazione d’oltralpe si rese patrocinante d tutte le genti in lotta contro la tirannia. In Italia questa sorta di deferenza per i francesi in rivoluzione si era diffusa soprattutto negli ambienti borghesi, nel clero meno bigotto e più erudito ed anche in una ristretta cerchia dell’aristocrazia e, in alcune aree, anche se in maniera confusa, fra le masse contadine-popolari.
Il motto rivoluzionario della libertà, della uguaglianza, della fraternità, attraverso circoli e organizzazioni, diede vita, in poco tempo, a quel fenomeno definito giacobinismo italiano.
Con le campagne napoleoniche, la Francia, intensifica, a livello internazionale, una politica di organizzazione delle repubbliche sorelle: nel 1796 nascono la Repubblica Cisalpina e la Traspadana, nel 1797 la Elvetica e quella Ligure e nel 1798 la Romana.

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