L’Arberia delle Calabrie fra Giacobini e Sanfedisti


(di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)

La Rivoluzione francese è stato uno degli eventi più importanti della storia dell’uomo che maggiormente hanno costituito oggetto di disquisizione. Fuor di dubbio, essa s’incubò e vide luce soprattutto per le nuove correnti filosofiche dell’illuminismo liberale e anticlericale e, come tutte le rivoluzioni, essa non fu popolare, ma borghese e, con ecumenicità anche del giacobinismo ecclesiastico. Ma poichè si tratta di un avvenimento particolarmente predisposto a coinvolgere giudizi di carattere politico, è stata, per lo più delle volte, terreno fertile di divulgazione ideologica, piuttosto che di indagini strettamente scientifiche. Indefinite sono state le interpretazioni date alla Rivoluzione francese, ma essa, viene delineata, dalla maggior parte degli intellettuali di oggi, come un fenomeno che assimila attuali problematiche esistenziali. Con meditante concentrazione, si rifletta, ad esempio, sui principi fondamentali della democrazia, sulla questione dell’uso legittimo o illegittimo della violenza e dei soprusi, sulle forme di organizzazione della società e delle conquiste politiche, sul ruolo degli intellettuali o dei dirigenti politici, sulla questione del partito unico o della repressione, sulla articolata problematica intrinseca al rapporto fra stati e religioni, su tematiche demagogiche e strumentali della divulgazione ideologica o, ancor di più, la creazione di miti e di simboli: in sostanza una lunga serie di valori o disvalori, nei quali, da duecento anni, intere generazioni, hanno formato o formano la propria coscienza politica.
 In Francia, nel XVIII secolo, la situazione politica e sociale, si delineava, in senso negativo, più marcata rispetto  le altre realtà d’Europa: l’imposto divario delle classi sociali esacerbava in maniera inquietante le masse, costituite prevalentemente dal ceto contadino, che tassato all’inverosimile, per il sostentamento delle spese sostenute dall’aristocrazia, si alleò nella contestazione con la piccola e media borghesia.
 sIl sovrano, Luigi XVI, goffo ed ignorante, conscio della sua incapacità di governare saggiamente, non diede  importanza al fenomenale stato di disagio in cui, con efferata ed implacabile disperazione, il Terzo Stato e il ceo medio, fossero costretti a condurre esistenza, producendo grande disprezzo per gli spropositi dell’aristocrazia;  in quel periodo, infatti,  le entrate nel regno, venivano impiegate, in maggior misura, più per l’aiuto devoluto ai bisogni della rivoluzione americana, che lottava per l’indipendenza dall’Inghilterra e alle sfarzose feste di corte, che per una configurazione dell’economia rientrante nei parametri della normalità. Il 95% delle entrate fiscali, provenivano dalla produzione agricola, la quale essendo sottoposta a incredibili tassazioni e angosciata dalla carestia del 1787, agonizzante, smise di essere forza motrice per la sopravvivenza dell’economia nazionale francese. In quello stesso anno, Jacques Neker assume la direzione delle Finanze e, venendo a conoscenza del grave dissesto finanziario e delle concomitanti cause,  arditamente, l’anno successivo, pubblica il “Compte Rendu”, dove rivela la drammaticità della situazione economica, le spese folli e gli inamissibili sprechi della corte: per questa onesta divulgazione fu destituito dall’incarico.
Dalla sua bilanciata ed analitica ricerca,  dedusse che , dei 503 milioni di lire  in entrata allo stato, ben 629  costituivano la spesa, includendo nella stessa 38 milioni per feste  e pensioni ai cortigiani. La situazione divenne insostenibile e nessuno, ad esclusione del Neker esonerato, , pare abbia avuto la volontà di porre rimedio alla dilatazione della abissale voragine volontariamente aperta. In sintesi, da come prima assunto, la Rivoluzione francese, potrebbe essere definito come un prodotto degli allora nascenti concetti di “RAZIONALISMO, CONTRATTUALISMO, ed EGUALITARISMO, proprii dell’autoctono Illuminismo
Il 1789 è stato l’anno  dei grandi sconvolgimenti, sia per i francesi  che per il resto della civiltà europea: il 14 luglio  ci fu la presa della Bastiglia e un mese dopo, con la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e dei Cittadini”, venivano aboliti  i diritti feudali, le classi sociali, più tardi la schiavitù nelle colonie e tutto ciò che ostava il diritto fondamentale dell’esistenza umana.
Prescindendo dai personaggi che, da attori o comparse, si distinsero negli eventi, intrinsechi alla rivoluzione stessa, è possibile dissertare di storiografia moderata,reazionaria, radicale, marxista, anarchica, senza la remora di confondere la politica con l’indagine scientifica, infatti, fra le plurilaterali asserzioni di carattere ideologico, si è concordato ritenere che la Rivoluzione francese, , da sola o assieme ad altre rivoluzioni ad essa contemporanee, sia con i sucessi, sia con la intrinseca negatività, abbia introdotto nuovi ed irreversibili elementi nelle stori della civiltà europea occidentale. Potrebbero assurgere ad oggetto di discussione le novità da essa introdotte e se le stesse  costituiscano una spaccatura con il passato dell'”ancien règime”, oppure una accelerazione di processi avviati nel tempo; inconfutabile è che essa diede, con le sue produzioni, all’uomo, nella storia, la dignità dovutagli.  
Negli anni successivi, la Francia rivoluzionaria, acquistò la simpatia, in quasi tutta Europa, di molti intellettuali , di una considerevole frangia delle classi popolari e di tutti coloro che speravano nella solenne dichiarazione del 1792, dove la nazione d’oltre Alpe, si rese patrocinante di tutti i popoli in lotta contro la tirannide.
In Italia, questa sorta di deferenza per la Francia rivoluzionaria, si diffuse soprattutto negli ambienti borghesi, nel clero meno bigotto e più erudito ed anche in una ristretta cerchia dell’aristocrazia e, in alcune aree, anche se in maniera confusa, fra le masse contadine-popolari. Il motto della libertà, della fraternità e della uguaglianza, attraverso circoli e organizzazioni, diede vita a quel fenomeno definito “giacobinismo italiano”.
Con le campagne napoleoniche, la Francia, intensifica, a livello internazionale, una politica di organizzazione delle repubbliche sorelle, nel 1796 nascono la Repubblica Cisalpina e la Transpadana, nel 1797 la Elvetica e quella Ligure e nel 1798 la Repubblica Romana. A Napoli le sostanziali innovazioni, apportate nella società dalla Rivoluzione Francese, non trovarono subitaneo impatto fra le classi più illuminate e più preoccupati, rispetto quegli eventi, si mostrarono re Ferdinando e sua moglie Carolina, che ben presto cominciarono a condurre nel Napoletano, opera di persecuzione nei confronti di presunti giacobini e filo francesi. A tal proposito è opportuno sintetizzare il concetto di giacobinismo: esso nacque in Francia presso un monastero domenicano dedicato a San Giacomo ( Saint Jacobs) nel 1789 sotto forma di associazione o club, i cui frequentatori, per la maggior parte dotti illuministi, venivano denominati giacobini, che fieri del soprannome loro attribuito,  nel 1791, decisero di costituirsi come “Societè des Jacobins amis de la libertè et de la legalitè.” Gli obiettivi da loro prefissati erano, in linea di massima, tre: dotare la nazione francese di una Costituzione, corrispondere con società analoghe, illuminare il popolo e prevenire i loro errori. Fra i più importanti giacobini va ricordato Maximilien François Marie Isidore de Robespierre capo del club giacobino di Parigi, condannato a morte e giustiziato dai Termidoriani ( soggetti del ceto borghese moderato ) nel 1794. Lo spirito anti francese di Maria e antigiacobino di Maria Carolina e del suo super protetto John Acton, divenuto per disgrazia della monarchia Borbonica,primo ministro,  bandi dal regno ogni forma di organizzazione massonica, interrompendo, così,  anche il processo di riformismo, fortemente voluto da Carlo III, nella cui parziale attuazione, questa parte d’Italia rifulse luce propria in tutto il mondo civile. L’inconsulto tradimento di Maria Carolina, fu, dalle classi colte e dalla media borghesia,  considerato come atto degno di viltà e di una ripresa della politica conservatrice, ormai riposta, con vana e grande speranza dei dottrinari, nelle profondità dell’erebo. E’ naturale che il personalistico arricciamento della politica caroliniana abbia determinato squilibri cortigiani e dilatanti attività reazionarie, sviluppanti preoccupanti ed irreversibili sovversivismi. In Sicilia nel 1794 una organizzazione progressista si affannò a progettare una repubblica ispirata ai principi di eguaglianza, ma scoperto il disegno anti monarchico ed anti oligarchico, la risoluzione si definì in una dura reazione e ad una sana giustificazione del regime repressivo. Napoli fu la città dove le idee giacobine, mimetizzandosi nella massoneria, si incunearono con maggior compatezza. L’abate calabrese Antonio Jerocades, diffondeva, in quel periodo, prima nelle Calabrie e poi nella Capitale, , un massonismo giacobinista, sul quale sfondo, scenici apparivano gli attizzanti concetti del radicalismo rivoluzionario. Il Jerocades trovò nella figura dell’abate Teodoro Monticelli, professore di Etica prresso la Regia Università di Napoli, un validissimo collaboratore, con il quale divenne assiduo frequentatore dell’Accademia della Chimica di Lauberg, la quale in seguito assumerà un aspetto decisamente politico. In quelle circostanze, i due abati fondarono in Capodimonte un apparente loggia massonica, le cui sostanziali aspirazioni erano impregnate dal determinismo giacobino. Nella stessa organizzazione furono abolite tutte le formalità del cerimoniale massonico e, gli adepti, consacrandosi alla fratellanza patriottica anti monarchica, giuravano fedeltà alla rivoluzione e a tutte le forme in cui essa avrebbe trovato determinazione. Gli adepti, riconoscendosi fra loro come “patrioti giacobini”, prefissavano come obiettivo primario l’abbattimento della monarchia e l’istituzione della repubblica. Nello stesso ambiente, per opera di Ignazio Caja, venne a formarsi il club giacobino “Sans Comprimission”, cioè a dire senza compromessi. Altri club o logge sorsero in Napoli, come “La Vittoria” e “La Renaissance” frequentate dall’italo albanese di Santa Sofia d’Epiro ( CS) Pasquale Baffi, allora professore di latino e greco presso la rinomata scuola militare della Nunziatella. Ma il giacobinismo napoletano trovò vera consistenza nelle idee e nello zelo di due giovani scienziati: Carlo Lauberg e Annibale Giordano, colleghi, alla Nunziatella, ed amici di Pasquale Baffi, che, pur provenendo da famiglie nobili e chiaramente filo monarchiche, convertendosi alle idee della Rivoluzione Francese, diedero una forte impronta , nell’accentuazione della finalità sobillatrice, , al radicalismo politico napoletano. Furono essi che progettarono, all’interno delle varie logge massoniche e dell’Accademia della Chimica, la Repubblica Partenopea.
Il Lauberg, dopo essere stato, nel 1792, uno degli interlocutori dell’ammiraglio francese Latouche Trèville, ancoratosi con la flotta inviata dal Direttorio francese come ammonitore presso i Borbone anti rivoluzionari, venne perseguitato da Maria Carolina fin quando non trovò ospitalità in Francia dove si arruolò in quell’esercito come farmacista.
Nella notte fra il 19 e 20 febbraio del 1799 si aprì una delle pagine più straordinarie della storia del mezzogiorno d’Italia: i repubblicani napoletani occuparono la fortezza di Sant’Elmo proclamando la Repubblica Napoletana. Un mese prima, il 23 gennaio, Carlo Lauberg, al seguito delle truppe francesi comandate dal generale Championet, entrò in Napoli fra i sussulti di gioia dei repubblicani e lo stesso generale francese, riconoscendo la neonata Repubblica consorella della Francia, nominò il Lauberg primo ministro che nel febbraio venne sostituito da Ignazio Caja. Venne costituito un governo provvisorio, provvisto  di una costituzione, sulla quale, nelle linee più moderne, è stata stillata la attuale italiana. La bandiera azzurra, gialla e rossa rappresentava i colori e l’oro di Napoli;  la lingua ufficiale era quella italiana e la religione di stato quella Cattolica. I ministeri furono affidati in gran parte ai massimi dottrinari del tempo: Pagano, Caja, Lauberg, Albanese, Pignatelli, Doria, Cestaro, , Bruno, Albamonti, il nostro Baffi ed atri. Il 29 gennaio venne varata, su proposta di Giuseppe Leonardo Albanese,  Membro del Comitato Esecutivo,  la legge sull’abolizione dei ” Fedecommessi e della primogenitura” e il 25 aprile si approvò la legge sulla “Abolizione della feudalità”, quest’ultima non trovò applicazione per la repentina caduta della Repubblica avvenuta il 13 giugno dello stesso anno.
In tutte le comunità albanofone del Mezzogiorno vennero innalzati gli alberi della libertà e i molte di queste non mancarono incidenti di rilievo: si ricordino i fatti di San Demetrio, per fare un esempio, molto ben illustrati dal Prof. Innocenzo Mazziotti.
I reali, Ferdinando e Maria Carolina,con il primo ministro Acton, , già dalla fine del dicembre del 1798, imbarcatisi sul vascello inglese “Vanguard”, messo a loro disposizione dall’ammiraglio inglese Orazio Nelson, raggiunsero Palermo e qui, su insistenza di maria Carolina e soprattutto del “suo” primo ministro,  ebbe inizio, il 7 febbraio, la controrivoluzione. L’ardua impresa per la riconquista del regno fu affidata al cardinale Fabrizio Ruffo, Vicario reale ed intendente della Reggia di Caserta, che molto quotato nelle Calabrie, si pensò come unico e migliore elemento per la sollevazione di quelle popolazioni. Il Ruffo partì da Palermo con solo tre mila ducati donatigli dal re e quando giunse a Palmi, alla testa di ventimila uomini, tutti insigniti di una croce bianca sul capello, così si rivolse alla sua gente e alla sua armata denominata SANTAFEDE:”Un’orda di cospiratori settari, dopo aver rovesciato in Francia il Trono e l’Altare; dopo aver portato confusione e il disordine in tutta Italia; dopo avere, con un comportamento sacrilego, fatto prigioniero e portato in Francia il Nostro Santo Pontefice Pio VI; dopo aver disperso il nostro esercito con la slealtà e il tradimento, invasa e fatta insorgere la nostra Capitale e le province, ora fa ogni sforzo per sottrarci il più prezoso dono del Cielo, la Nosra Santa Religione, allo scopo di distruggere la Divina Morale del Vangelo, di saccheggiare i nostri beni, di minacciare la virtù delle nostre donne…Buoni e coraggiosi calabresi! Vi sottometterete a tali insulti? Prodi soldati di un esercito tradito, volete lasciare impunita la perfidia che, offuscando la vostra gloria, ha usurpato il Trono al Nostro legittimo Sovrano? No! Unitevi dunque sotto lo stendardo della Santa Croce e del Nostro Amato Sovrano…Lo stendardo della Santa Croce ci assicura la completa vittoria”.
Da questo proclama si evincono i motivi del fallimento repubblicano per opera dei sanfedisti: i repubblicani erano poco conoscitori e molto dottrinari rispetto ai problemi delle province, il cardinale, invece, essendo a conoscenza dell’ignoranza e di più della superstizione incuneatasi nelle masse popolari,  gioco la carta attraverso questi elementi basilari. Intanto, gli inglesi, mentre le truppe del Ruffo risalivano lentamente le Calabrie, liberavano dalle carceri delle maggiori città, tutti i detenuti costringendoli ad arruolarsi nell’armata dei sanfedisti, quindi si presume in maniera palese con quale categoria di persone andavano a scontrarsi i giacobini: briganti, delinquenti comuni, ladri, stupratori e la peggior plebaglia del regno.
Durante la marcia su Napoli, le truppe del cardinale lasciarono sulla loro scia efferati omicidi e incredibili furti con violenza. Con l’avvicinarsi delle truppe sanfediste nell’Arberia Calabrese, Gaetano Cingari scrisse in ” giacobini e sanfedisti in Calabria nel 1799″: > Il saccheggio del Collegio di San Adriano, luogo di asilo dei repubblicani, avvenuto il 17 marzo del 1799, in piena reazione sanfedista, tesimonia della risoluta partecipazione del Vescovo Bugliari all’intera vicenda partenopea. Il Cingari conclude: “Il 17 marzo fu reciso l’albero della libertà in San Demetrio Corone; il tumulto ebbe inizio nella notte del 16 marzo con un conflitto fra sanfedisti capeggiati da due artigiani del luogo, Francesco Saverio Lopez e Baldassarre Archiopoli, e i repubblicani, che avevano trovato rifugio nel Collegio Italo Greco di San Adriano. Il 17 furono ferocemente saccheggiati i beni del Collegio e s’innalzo la croce sanfedista al posto dell’albero repubblicano….” In questo caso va denotato come come l’incidenza delle idee dell’Illuminismo sulle popolazioni rurali avvenne in modo diverso da quella che sensibilizzò il pensiero degli uomini colti d’Arberia.
Sulla base di questi accadimenti, il Ruffo, non potendo tenere a bada quella massa violenta, e dovendo tener conto all’opinione pubblica e maggiormente al mondo cattolico, si trovo ad affrontare una situazione molto imbarazzante per la sua posizione. Si trattò di imbarazzo diplomatico o religioso? Rimarrà tutto questo un enigma della Storia. Tuttavia, dall’archivio della famiglia Ruffo di Calabria, sono venuti alla luce,  riguardo quegli avvenimenti, documenti degni di approfodito studio, come la missiva inviata dal cardinale al primo ministro del re, Acton, dalla Real Casina a Ponte della Maddalena presso Napoli il 21 giugno del 1799:
La vittoria sui repubblicani si concluse con un trattato che fu firmato, su richiesta dei vinti, dal Vicario Generale Ruffo, dal capitano Foothe a nome del re di Inghilterra, dal generale Basiilic comandante le truppe russe e per i repubblicani dal generale Massa e dal generale Aurora, rispettivamente comandanti di Castel dell’Ovo e Castel Nuovo con la controfirma del generale francese Mejean.
Le condizioni di pace, imposte dal cardinale Ruffo furono sagge ed onestissime: ai congiurati veniva concessa la facoltà, senza la perdita di beni immobili e mobili e s enza che le loro famiflie venissero oltraggiate, di imbarcarsi per Tolone; che cedessero le fortezze alle truppe regie con l’onore delle armi e altre ed eque concessioni. Paradossalmente, all’arrivo dell’ammiraglio Nelson, su esplicito ordine dell’Acton, tutte le condizioni firmate e controfirmate vennero annullate e addirittura il cardinale Ruffo rischiò di essere imprigionato per la eccessiva indulgenza concessa. Alla disfatta repubblicana, si diede inizio alla più efferata rappresaglia anti liberale che la civiltà italica abbia mai avuto modo di conoscere: condanne a morte, arresti ingiustificati e persecuzioni, a carico della più nobile orda di intellettuali e patrioti del tempo. Ad intimo parere,  date le certificazioni storiche, le orrende nefandezze e violenze commissionate,  escludendo il buon trasognato Ferdinando, da Maria Carolina, dalla Hamilton e da Acton, personaggi, che, inseriti come elemento probatorio, giustificarono, pregiudicando i Borbone, l’Unità d’Italia. L’ecatombe dei martiri per la libertà della Repubblica Partenopea dal giugno 1799 al settembre 1800: ALBANESE GIUSEPPE, ASTORE FRANCESCO ANTONIO,  ELEONORA PIMENTEL FONSECA, CARLO MUSCARI, IGNAZIO CAJA, DOMENICO CIRILLO, MARIO PAGANO, FRANCESCO CONFORTI, FRANCESCO PIGNATELLI, LUISA SANFELICE, PASQUALE STEFANO BAFFI (Ministro della Repubblica Partenopea, Italo Albanese di Santa Sofia d’Epiro), GIUSEPPE ANDREA SERRAO, GENNARO SERRA Duca di Cassano), FRANCESCO SAVERIO GRANATA, FEDERICO FEDERICI, ASCANIO FILOMARINO, MICHELE NATALE.

IL MONDO, E L’ITALIA SPECIALMENTE, SA I NOMI E L’EROISMO DI GRAN PARTE DI QUEGLI UOMINI, SENTE ANCOR OGGI L’ORRORE DI QUELLE STRAGI, CONOSCE DI QUANTO E DI QUALE SANGUE S’IMBEVVE ALLORA QUELLA PIAZZA MERCATO, IN CUI AL GIOVINETTO CORRADINO FU MOZZO IL CAPO IL 29 OTTOBRE DEL 1268, E IL POVERO MASANIELLO TRADITO E CRIVELLATO DI PALLE IL 16 LUGLIO DEL 1647; MA PUR TROPPO, IGNORA ANCORA TUTTI I NOMI DI QUEI PRIMI MARTIRI DELLA LIBERTA’ NAPOLETANA. 

                                                                                             (Giustino Fortunato)

Precedente Arberia Historica: Il Contributo degli Italo Albanesi al Risorgimento... Successivo Il Seminario divenuto covo di vipere e fucina del diavolo