L’Arberia dopo la Pace di Aquisgrana

Convento dei Domenicani a Firmo simbolo del feudalesimo ecclesiastico( di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro )

Con la Pace di Aquisgrana o Pax Nicephori (1748),
l’Italia, inserita in una dimensione europea, partecipò alle grandi trasformazioni del XVIII secolo.
L’agricoltura era ancora il settore che offriva la maggior parte di occupazione e possibilità di investimenti privilegiando il riformismo dei principi. Interventi, progetti, seppur parziali o inefficaci, diedero nuovi impulsi alla politica agronomica: per allargare le superfici coltivabili, vennero effettuati razionali disboscamenti, opere di bonifica e di irrigazione; la commercializzazione dei cereali fu liberalizzata in diverse zone del nord e centro Italia, e questo per merito dei fisiocrati, che pur teorizzando l’assolutismo illuminato, ritenevano il liberismo come unica e vera fonte di ricchezza e di progresso.
Nel Piemonte savoiardo, vennero istituite e riformate le università con centri di ricerca agraria ed economica; i privilegi nobiliari e ecclesiastici furono aboliti o quanto meno ridimensionati, con sistemi fiscali atti a perequare le imposte; si attuò una politica economica mercantilista, che incentivando le attività manifatturiere, razionalizzò la coltivazione terriera. Ma non in tutte le aree d’Italia fu adottata la politica del riformismo: nel meridione e in Calabria, in particolar modo, la problematica si presentava con risvolti alquanto controversi e opposti. L’agricoltura rimase legata ai sistemi di conduzione tradizionale: vasti latifondi, in gran parte incolti, di proprietari, che in maggior misura, ostentavano un agiato tenore di vita derivante dalle rendite che li distoglieva, opportunamente, da qualsiasi interesse per una produzione intensiva e razionale. Da questo breve scenario si può ben comprendere lo stato di infelicità in cui versava la società calabrese. A tal proposito è d’uopo riportare il contenuto di una missiva che M. Sarconi nel 1783, quale Segretario Perpetuo dell’Accademia Napoletana e responsabile della spedizione scientifica soggiornata in Calabria, inviò al Primo Ministro marchese della Sambuca: “L’Agricoltura e la Pastorizia è sommamente avvilita , o totalmente negletta, o in modo troppo rozzo e senza intelligenza praticata. Accade spessissimo di errare per lungo cammino e di non veder terreno educato alla mano dell’uomo. Tre quarti della popolazione vive di pan granone o di grano germanego, o di castagne; e spesso accade che vi manca l’annona per vitto così misero e villano. Fra cento persone, novanta sono i miserabili non possidenti e dieci sono i proprietari1.
La difformità del tessuto sociale e politico della Calabria settecentesca, rispetto alla più evoluta e disponibile società delle aree centro settentrionali della Penisola, rappresentava per i luminari del tempo , intenti nella loro operosità, un ostacolo insormontabile, per l’attuazione delle riforme. Molteplici e concomitanti erano le cause che alimentavano la ricusazione e, in primis l’ancestrale modus vivendi di stampo feudale curtense, che per arretratezza o limitatezza di vedute e per utile vantaggio, si richiamavano alle politiche sociali del medioevo. La regione, pur sottoposta alla sovranità statale del monarcato borbonico, era, in realtà, divorata dalle fauci dello strapotere feudale, infatti nel tardo Settecento, le angherie e i soprusi dei feudatari non conoscevano limiti, essi usurpavano i demani comunali, si rimpossessavano illegittimamente, non curanti delle direttive “tanucciane”, dei feudi in stato di chiusura, ma anche di inauditi abusi e intromissioni nelle attività produttive e commerciali, inserendosi, pur anche, nell’amministrazione dei comuni. Costoro rivendicavano, con forti accenti di prevaricazione, esecuzioni giurisdizioni indebite, perpetrando violenze e omicidi contro chi osasse ribellarsi. Carlo III, timido e superstzioso cattolico, e il suo valido primo ministro Bernardo Tanucci, nonostante i provvedimenti contro gli abusi e contro le “manimorte,” poco potevano fare per scalzare il radicato e ingombrante potere feudale nella Regione, che così si era stabilizzato alla metà del XVIII secolo: 28 principi, 24 duchi, 31 marchesi, 12 conti, 123 baroni con vassalli e 123 baronie rustiche, interagenti sul 75% della proprietà fondiaria calabrese; ai, non meno importanti, feudatari tonsurati, era concesso il godimento del 20% della proprietà, che attraverso 2000 enti ecclesiastici, ( questo è necessario che venga precisato per coloro i quali ancora cercano di riabilitare il feudalesimo ecclesiastico), conventi, monasteri, cappellanie, confraternite, luoghi pii e chiese non parrocchiali, ricoprivano, con 27.530 fondi, una superficie fondiaria di 57.525 ettari, le mense vescovili e i possessi dei gesuiti (8.765 ettari) non rientrano nell’annovero; il rimanente 5%, sotto forma di demanio, con le città di Cosenza, Catanzaro, Reggio, Amantea, Scigliano, Stilo Tropea e Taverna, appartenevano direttamente al re. Il delineato rancido e stazionario quadro, presupponeva di conseguenza, l’utilità di organismi salvaguardanti la funzionalità regolare dei regimi e delle loro primizie.
A disciplinare l’istituto della giurisdizione erano gli stessi feudatari, laici ed ecclesiastici, che il Torcia descrive come “pezzentissimi tiranni di pezzentissime popolazioni”, i quali disposti negativamente nell’applicazione e nell’interpretazione del ius civile e del ius crimen, nella coercizione manifestavano pessima viltà, negligendo il fondamento dell’ universale ius gentium e del filosofico ius naturale.
Il potere feudale, basandosi sulle prerogative amministrative e giurisdizionali dei baroni, rinforzò ancor più la sua preminente collocazione agli occhi delle popolazioni e dello stato, quale organo giuridico territoriale sovrano,infatti il privilegio di amministrare la giustizia veniva considerato più un prestigio, inteso come potere, che come fonte di mero guadagno. La giurisdizione era divisa in criminale e in civile e laddove c’erano i presupposti veniva esercitata quella mista: “Dove poi la giurisdizione è stata divisa, cioè la civile della Chiesa, la criminale del Barone secolare,ivi, la scostumatezza degli abitanti, l’impunità dei delitti, e l’avidità degli Officiali han tenuta sempre in disordine la popolazione.3” I processi, di diversa natura, venivano celebrati nei tribunali delle corti baronali (udienze), e i magistrati esercitanti l’imparziale giudizio, erano,per lo svolgimento del loro compito, assoldati dal feudatario e, quando la prerogativa non poteva surclassare la competenza, si ricorreva a istituti giuridici statalizzati.
Organo supremo di garanzia nel regno, preposto alla regolarizzazione della giurisprudenza nelle provincie, era la Regia Camera della Sommaria costituita da sette dignitari di corte, rappresentante una sorta di piccolo parlamento. Presieduta direttamente dal Re, facente parte della stessa commissione, altri sei notabili regolamentavano: la Giustizia, la Guerra, la Marina, gli Affari Esteri, il Fisco e l’ Economia. Nel particolare, membro supremo dell’amministrazione della giustizia era il Gran Giustiziere, che occupando il secondo posto nella istituzione, in termini di dignità rappresentativa, si avvaleva della luogotenenza del presidente della Regia Camera della Vicaria, la quale Corte, inoltre, era suddivisa in quattro ruote, due Civili e due Criminali. La Vicaria Civile trattava cause di valore limitato: eredità, prove documentabili, atti pubblici ed altro; La Vicaria Criminale giudicava in 1° grado i delitti commessi a Napoli e Casali (città appartenenti direttamente alla corona), e in appello le cause già decise del regno, identificabili in “Corti Regie e corti baronali e in queste ultime,come già accennato in precedenza, cosa davvero inaudita per il serioso organismo, i magistrati venivano prescelti dal feudatario dietro adeguato compenso e quando ciò non era possibile , la mano libera era degli ignorantissimi “governatori.” La Regia Camera della Sommaria, in generale, era competente per le cause finanziarie e fiscali: il patrimonio Reale, l’Erario Pubblico e le liti tra feudatari e tra feudatari e sudditi, ancora, in seno al suo ufficio operavano il Tribunale della Zecca, atta a provvedere al bollo dell’unità di misura e il Tribunale della Bagliva, alla quale erano assegnate liti civili minori riguardanti il risarcimento danni. Ai ricorsi contro le decisioni della Corte della Vicaria e della Regia Camera della Sommaria, era preposto il Sacro Regio Consiglio. In questo istituto, esercitavano le loro funzioni la Corte Suprema di Giustizia Penale e la Corte Suprema di Giustizia Civile, che in 1° grado presiedeva le cause relative al patrimonio feudale e, agli eventuali, abusi e violenze dei baroni. Per finire, sempre operante nel contesto di questo complesso apparato giuridico, con meno riflessi, era stato istituito il Tribunale di Giustizia Ecclesiastica, competente per i beni e le persone che interagivano nella proprietà della Chiesa. In sintesi, dopo questa breve e necessaria analisi radiografica delle funzionalità della Regia Camera della Sommaria, è da ritenere che la stessa sia stata elevata a organismo giuridico nel XV secolo dagli aragonesi, per il contenimento degli abusi e del ridimensionamento controllato del potere dei feudatari. Ma i fini ultimi della sua elevazione, seppur illuminati, nello squallido ristagno della negletta politica rotazionale dei vicerè di Spagna, nelle mutilate riforme di Carlo III di Borbone e nel tenace irrigidimento del sistema feudale, non raggiunsero l’agognata meta.
Nuove idee, politiche, sociali ed economiche, permeate del riformismo degli illuministi, già dalla prima metà del secolo decimo ottavo, diedero a propagarsi nelle diverse realtà geografiche e nei compositi strati sociali d’Europa.
L’Illuminismo fu il più importante movimento intellettuale del Settecento e ha avuto manifestazioni assai diverse nei paesi del vecchio continente, dove differenti erano le realtà esistenziali. La nuova corrente politica e culturale, considerando l’essenzialità della natura e l’uomo come valore della stessa, libero di pensare con discernimento, fondava la sua forza sulla fiducia nella ragione, sulla laicità e sul progresso.
Nelle provincie meridionali del regno di Napoli, ad esclusione della capitale, non subito, e con diffidenti difficoltà, le nuove posizioni dell’intellettualità riformista, trovarono dilatazione. Mancava una classe dirigente, preparata, preposta ai disegni e alle trasformazioni; una struttura laica, popolare, concessionaria per le incolte popolazioni, dei rudimentali elementi di apprendimento. L’istruzione era pressappoco inesistente e quella minima parte che veniva impartita era retaggio dei gesuiti e degli ecclesiastici secolari, che, intransigenti nel loro conservatorismo religioso, si mostravano come i più fieri oppositori del progressismo ideologico.
Nell’Arberia calabrese, come in quella siciliana, lo scenario si prospettava con lineamenti ben più drammatici e con i prodromi di una catastrofica decadenza, la cui irreversibilità avrebbe potuto facilmente trovare incubazione. Una considerazione di fondamentale importanza è quella della difforme appariscenza dell’elemento greco albanese agli occhi della classe dirigente dominante e della popolazione autoctona: la diversità del linguaggio, degli aviti cerimoniali religiosi e della tribale ed abasileuta conduzione esistenziale, equiparavano il sopraggiunto ad un infelice barbaro, da redimere, senza dei. Nei suoi paesi, a ridosso della catena montuosa del Pollino e in quelli a sud del fiume Crati, nella fascia presilana, il potere baronale giganteggiava e incuneata com’era, si mostrava, chiaramente, nelle forme più aborrite dai principi fondamentali della natura dell’uomo. Il Procuratore Generale presso la Commissione Feudale, Davide Winspeare, nella compilazione della Storia degli abusi feudali, scrive:” Due specie di popolazioni che noi guardiamo ancora come straniere hanno provato sopra tutte le altre i rigori della feudalità. Le Calabrie e la terra di Otranto sono ancora piene di popolazioni greche. Con più ragione potevano riguardarsi come straniere le popolazioni degli Albanesi che nel corso del decimo quinto e decimo sesto secolo vennero a stabilirsi nel regno. I contratti taciti o espressi che precederono lo stabilimento di queste popolazioni, sono senza dubbio l’origine ed il titolo il più legittimo de’ diritti dei baroni; ma se costoro avevano senza alcun titolo ridotto in servitù le persone ed invaso le proprietà degli indigeni, quanto più doveano far valere la facoltà di dare una legge a colonie sopravvenute.”4
I greco albanesi sopraggiunti nel regno di Napoli nel XV e XVI secolo, con i favori elargiti dagli Aragonesi prima e da Carlo V in seguito, condussero una vita quasi tranquilla, e sfumato il sogno dell’agognato rimpatrio, cominciarono a porre le basi per una stabile esistenza. Dissodarono terreni sterili, disboscarono colline selvose per migliorare l’agricoltura e l’allevamento; impiantarono ficheti, vigneti, uliveti e gelseti,quest’ultimi indispens abili per la bachicoltura5.
Qualcuno,abbandonato il misero e malsano tugurio, costruito per lo più da fanghiglia e sterco di armento sostenuti da intrecci di rami (kalivja), cominciò ad erigere le prime case in pietra con il supporto della calce. La prima descrizione delle condizioni di vita dei profughi albanesi, nel XVI e XVII secolo, è quella riportataci da fra Girolamo Marafioti: “In questi convicini paesi habitano molti huomini e donne da noi chiamati Albanesi, li quali tra di loro parlano secondo l’uso della loro nativa lingua ma con noi parlano secondo il nostro uso(….). Non tengono case fabbricate ma tuguri pastorali e capanne di tavola. Sogliono tenere dentro i loro tuguri alcune profonde fosse dentro le quali ascondono bovi, porci, pecore e ogni altra cosa che acquistano nelle campagne.6”
Nonostante le intraprendenti popolazioni arbereshe cominciassero a radicarsi territorialmente, ad inserirsi nel preesistente tessuto sociale e a condurre un tenore di vita più tollerabile rispetto al periodo dei primi insediamenti, il potere feudale non dava scampo, anzi nel notare una loro positiva evoluzione, nelle sue abiette forme, diveniva sempre più dispotico e il dispotismo si tramutava in esacerbazione ancor di più, quando il “ghieghio” rigettava ogni forma di prostrazione nei confronti soprattutto dei Vescovi baroni latini, ordinari nelle diocesi dove si erano insediati gli Albanesi, che tutto ordirono pur di disporre a grata il Rito Greco ed oggi, emulando il gesto di Giovanni Paolo II, dovrebbero, i successori , chiedere dinnanzi a Dio, perdono ai figli, di quella nobile gente. E di cronaca storica si tratta, non di storia di parte: “I Baroni e le Chiese, invece di proteggere gli Albanesi, che formavano la loro ricchezza, li hanno piuttosto gravati di tante soverchierie, che fa orrore sentirle. Le angarie le perangarie,le indebite prestazioni ec. non potevano non avvilire il coraggio de’ Coloni, e far languire nella miseria la Nazione6.”A Firmo, il 24 novembre del 1683, i padri Domenicani del luogo, facendo supplica a papa Innocenzo XI, riguardo controversie di giurisdizione civile con i chierici firmensi, che erano esentati dai tributi, (pretesto per passare al rito latino), ottennero che tutto il paese fosse scomunicato, tribolazione di anime durata ben 43 anni, nessuno si piegò a tale mal tessuta trama. Il 29 dicembre del 1716, annullata la scomunica, la Sacra Congrega del S. Uffizio riconfermò il rito greco e il maestro dell’ordine dei Domenicani A. Cloche, così dispose: << Al p. Priore e PP. Di Altomonte…. Impongo sì a V.a R.a che a tutti i singoli religiosi di cod.o n.ro convento, che non ardischino di mai turbar l’osservanza del rito greco nel clero e nel popolo della terra di Firmo diocesi di Cassano, e molto meno inferir loro violenza>>.7 Nell’anno 1678, nella vicina Lungro, Diego Pescara dei duchi di Saracena, essendo barone della giurisdizione criminale e conduttore della civile e mista che gli era stata locata dall’abate commendatario di Santa Maria ad Fontibus, non riuscendo ad inclinare i sacerdoti greci coniugati al pagamento dei tributi, per il quale rito, come a Firmo, erano esentati “usò tali violenze, frodi, e macchine per estinguerlo, che oscuravano altre virtù e nobiltà, lo splendore e la gloria.”8 Fiera e nobile fu l’opposizione degli abitanti che il 23 novembre del 1678 ottennero dalla Santa inquisizione la riconferma della stabilità dell’avito Rito e la vanificazione dei malvagi disegni del barone: “ Episcopus Cassani faciat praeceptum tam Didaco Pescara quam eius Aerario, ut se obstineant inferre molestias Graecis Albanensibus, in oppido Lungri commorantibus, sub poena latae sententiae reservata Sanctissimo: et doceat de executione…” ( Il Vescovo di Cassano ordini a Diego Pescara e al suo agente dell’erario che si astengano dal molestare i Greci Albanesi dimoranti nel casale di Lungro con minaccia di grave pena la cui sentenza è riservata al Santissimo Padre: e si premuri per l’esecuzione dell’ordine).9 Nel 1603, in S. Demetrio Corone , l’abate commendatario della Badia di S.Adriano, Indaco Siscara modificò drasticamente le capitolazioni del 1471, che l’ abate Paolo Greco aveva stipulato con i primi profughi albanesi, inscenando le parti più drammatiche del regime baronale. La convenzione stipulata nel 1603 tra l’ abate barone, i Sindaci e gli Eletti dei casali di S. Demetrio, Macchia e S. Cosmo, incorporati territorialmente al feudo della Badia, risultò essere poco dignitosa per gli abitanti e controproducente per la loro economia, infatti, essi, non potevano coltivare terreni extra badiali; la vendita ( previo consenso dell’abate) di beni immobili, era assoggettata al pagamento della decima del valore pattuito; per ogni pianta di gelso posto nel territorio del feudo non si pagava un tarì come prima ma un grano e altri ancora soprusi che minuziosamente, nei loro scritti gli Illustri Professori Cassiano e Mazziotti hanno bene annoverato. Ma la tirannica oppressione dell’abate commendatario, raggiunse il culmine della sopportazione, quando ordinò: << Item conforme a quelli che sono stati sempre obbligati e all’antico solito conventum est che detti Casali e particolari ut supra restino obbligati di annettare le stalle dell’Abbadial Corte dello Monistero di Santo Adriano ogni anno avanti la festa di Santo Adriano>>.8Giustamente, Vittorio Elmo, sulla questione lungamente dibattuta, scrive: “la loro condotta vessatoria,(degli abati) consistenti in sistematici abusi, andò ben oltre i contenuti della capitolazione. Da tali abusi ebbe dilatazione il limite delle prestazioni di servizio.” Questo dispotico tonsurato, forse avrà letto il Vangelo, dal Quale, forse, a causa delle numerose metafore, avrà ben poco colto, ma sarebbe stato meglio se avesse rivolto lo sguardo all’ottavo libro, secondo capitolo, nel punto 593 del Kanun di Lek Dukagjini: “LE PERSONE SONO TUTTE LIBERE ED EGUALI, ANIMA PER ANIMA DAVANTI A DIO.” Altro caso, esaustivo, fra i molteplici, è quello di Spezzanello o Spezzano Albanese dove nell’agosto del 1666 si consumò l’opera più malvagia del feudalesimo misto: il principe Spinelli di Cariati, perfido signore del luogo, stretto parente dell’Arcivescovo di Rossano, Francesco Carlo Spinola, fucinatore, fece incarcerare nelle segrete del suo castello di Terranova, il sacerdote di rito greco Nicola Basta, che rifiutando orgogliosamente il cambiamento di rito, dopo orribili torture e persecuzioni varie, trovò la morte in pochi giorni; in questo caso non ci furono santi in paradiso per Noi, infatti con la sua tragica morte, iniziò in Spezzano il declino del Rito Greco, che fu definitivamente sostituito da quello latino, con una Breve di Clemente IX del 1667. Riguardo tale tematica si son rivelati dottrinari don Giuseppangelo Nociti e il caro amico Professor Francesco Marchianò.
Nei primi anni del 1980, in Napoli, con un mio amico, Prelato Cattolico Ordinario, “ben messo”, cercai, con dissertazione, di affrontare la questione del feudalesimo ecclesiastico e, il mio interlocutore, quasi, in stato di esagerata eccitazione, forse intuendo che il mio interesse storico avrebbe riflesso la verità, con visibile sentimento di critica disapprovazione, mi si rivolse: “immergiti negli studi classici e, ai miti della Rivoluzione Francese, dai preferenza a quelli greci” e proseguendo nel suo ammonimento, “non avrei mai pensato che tu potessi essere un controriformista cattolico e per di più giacobino.” Da allora, non varcai più la soglia del Duomo.
Perché tante ignominie e vane avversità verso il Rito Greco e le popolazioni Albanesi?
La risposta a tale domanda può essere desunta, sicuramente, dall’uscita dalla scena politica dell’Imperatore Carlo V e dall’entrata rotazionale dei vicerè di Spagna. Costoro, prediligendo, per quieto vivere e pingue utilità, la politica del decentramento del potere, elevarono, negligentemente, il sistema baronale a regime di autarchia assoluta, malaffare questo, il cui sradicamento, in seguito, risultò essere utopico per il riformismo borbonico.
Principi,conti, baroni, vescovi, abati e priori, in quello stato di anarchia, sterilizzando, con inaudita violenza, tutti i contenuti delle capitolazioni precedentemente stipulati, e sminuendo, con invereconda spregiudicatezza la dignità umana, suggellarono, indelebilmente, una delle pagine più tristi della storia del Mezzogiorno d’Italia.

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