Moti del 1848 – Stralci dalla battaglia di Campotenese

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L’eccidio degli ex alunni del Collegio Italo Albanese: Demetrio Chiodi, Francesco Saverio Tocci e Vincenzo Mauro, raccontato dal testimone oculare Nicola Tarsia in una lettera indirizzata a Domenico Mauro dalle  carceri di Cosenza nel 1849.Molte sono state le indagini e le esposizioni storiche sugli avvenimenti dei fatti d’arme di Campotenese nel 1848, ma poco particolareggiate nella loro minuziosità. Talune di queste, a mio avviso, sono state addirittura fatte arenare, ma le disarmonie intrecciatesi con il sentimento di vivo amore e devozione verso la patria e le tesi di parte, nella intelligenza analitica della storia, potrebbero dissotterrare verità volutamente occultate. Riguardo uno degli avvenimenti, che ha destato maggiormente scalpore fra qualche storico, equilibrate informazioni ci vengono fornite da un breve rapporto epistolare intercorso fra Nicola Tarsia da Firmo e Domenico Mauro da San Demetrio Corone, quest’ultimo fratello germano di Vincenzo Mauro, uno dei quattro ex alunni del Sant’Adriano che furono vittime , della sopracitata e dibattuta vicenda, della furia incolta ed esacerbata dei borboni e della indegna popolazione di Rotonda (Potenza). Essendo sfuggito alla cattura della polizia borbonica, Domenico Mauro, latitante, non potè con grande facilità  avere corrispondenze con i patrioti che languivano nelle carceri cosentine, ma si prodigò molto affinchè potesse avere ragguagli sulla triste fine che ebbe a subire il fratello e gli altri giovani. La lettera che Domenico Mauro inviò al Tarsia fu sicuramente distrutta nel carcere, ma disponiamo di quella scritta dal Tarsia in risposta, dove eminente si esprime il dolore e la crudele veridicità del racconto :
Mio caro amico,
Ho ricevuto la tua sentita a caratteri di sangue e quelle parole trovarono un’eco nel lacerato mio cuore. Avvi ancora corrispondenza  che lega con nodo indissolubile i percorsi ed il dolore affratella gli animi assai più che la gioia perfida e bugiarda di questo mondo.
L’ira degli uomini prestò a noi calice amaro… L’eroismo nelle sue manifestazioni prende mille forme svariate. Ma il più grande eroismo è quello della sventura, perchè dopo ha bisogno di maggior forza, onde resistere alla tremenda guerra degli uomini e della fortuna sempre avversa ai buoni. Ecco il vasto concetto che rende Sovrani i quadri della sublime poesia del grande Byron. E il Farinata dell’mmenso Ghibellino rappresenta in sè non già un carattere individuale, ma sebbene un tipo universale di quell’eroismo, che informava tutto il medioevo. E nel quadro signoreggia in tutto l’Inferno, simboleggiando le grandi forme di quei secoli colossali… Dunque coraggio della sventura. Intanto io mi affretto  a scendere al mio assunto, ripigliando il filo della narrazione già tracciato nella mia antecedente.(1). Il mio cuore gronda sangue e la mente rifugge sgomenta alla ricordanza di quella scena esecranda, ma..tu vuoi ch’io rinnovelli disperato dolor che il cor mi preme – ed io farò come colui che piange e dice -Dante. Pria di tutto ecco i nomi dei sei: Vincenzo tuo fratello, Demetrio Chiodi, Francesco Saverio Tocci, Giuseppe Caruso da Figline, Nicola Pisarra ed io; solo il Caruso non era albanese. Correva il giorno 30 giugno 1848. Il sole ardente diffondeva tutta la pompa dei suoi raggi su questa terra fatale!… Le fanterie italiane sono fervide come il sole che le feconda. Oh! E’ pur magico il nome d’Italia…il suo cielo…i suoi monti formidabili…i mari che la circondano… le sue splendide rovine, che sono il linguaggio della gloria che furono… la sua armoniosa favella… Oh tutto è poesia, sorriso in Italia!… Intanto oi pranzammo e quel pranzo fu simile  a quello dei trecento di Sparta. Eravamo quasi tutti grei e nelle nostre vene bolliva sangue greco sotto il sole italiano. Verso le tre p.m. muovemmo dal campo. Percorremmo quelle campagne di Rotonda e c’imbattemmo in un crocchio di contadini seduti all’ombra di querce annose. Quei campagnoli ci accolsero gentilmente, offrendoci acque fresca e bellissima frutta, per noi non lieve ristoro in quella terribile arsura. Noi abbenchè preoccupati da tremendo da tremendo pensiero, rimanemmo incantati da quella semplicità rurale di accoglienza. Quei contadini , franchi nei loro modi, non guasti dalle idee del gran mondo, ci sembravano figli innocenti della vergine natura. Ma sventuratamente restammo delusi. La gran famiglia sociale è moralmente guasta: la depravazione si è incassata alla vita, e tutta la discendenza di Adamo ormai è un complesso di vizi e di delitti! Uno di quei contadini sicuramente si recò a Rotonda, dando avviso alle Truppe di quanto aveva inteso e veduto. Noi intanto proseguimmo il cammino. Ci siamo incontrati con altri paesani di Rotonda coi quali scambiammo poche parole senza però fermarci. Dopo un breve tratto fummo  sul ciglione del Vallone della sempre infame Rotonda. Ora incominciano le dolenti note – Dante –  La Stanchezza era giunta al colmo. Tutti e sei d’accordo ci ponemmo a sedere all’ombra di giovani castagni. Vincenzo che mi stava al lato s’addormì. Io stetti vigile. Gli altri quattro sedevano in breve distanza. Il tradimento era già stato ordito. Stando noi in quel modo, ci vennero tirati due colpi con arma da fuoco. L’infelice tuo fratello destò sbalordito, e credendosi circuito dalle truppa, come un fulmine, si trovò giù nel Vallone, quasi tratto dalla mano onnipotente del Destino, che gli batteva la strada. Indarno io gridai che si voltasse, consigliando alui e agli altri a prendere posto e metterci in difesa. Insomma gittati dentro quell’infernale burrone, ci siamo sparpagliati. Affretto il racconto, perchè il dispetto mi bolle nelle vene. Ci trovammo investiti da tutti i lati. Pria di me fu arrestato Chiodi dai paesani di Rotonda. Le Truppe non erano ancora comparse. Consegnato a quelle fu messo a morte. Ignoro le piccole circostanze che l’accompagnarono. Io era restato solo, perchè oppresso dalla stanchezza, non mi fu possibile muovere un solo altro passo. E poi avea perduto la speranza di raggiungere i miei compagni di sventura. Intanto le palle venivano fulminate da tutte le parti. Non vidi più alcuna via di scampo. Appoggiandomi ad un grosso macigno, che mi difendeva di fianco e di spalle, raccolsi le forze dello spirito, ed imprecando la Divina Provvidenza, giurai a morire da greco. Ho fatto fuoco sul primo aggresssore, ed il colpà non andò fallito…Quei vili sicari mi minacciavano di morte e di sevizie, ma la mia voce formidabile  ed il mio truce aspetto furono bastevoli, benchè fossi inerme, a gittare lo sgomento sugli animi di quei perfidi assassini. Popo un buon tratto di cammino fui anch’io consegnato alle Truppe. In tutte le storie del mondo io non ricordo di aver letto che vi fosse una soldatesca più iniqua di quella. Al primo incontro mi piombarono sopra pari a braco di tigri sitibonde di sangue: si aprirono a cerchio: dissero che mi fossi  raccomandato a Dio e che mi apparecchiassi al gran passaggio. Io risposi con la più orrenda bestemmia, che si fosse mai proferita dal labbro umano. Uno i ferì mortalmente nella testa con la bocca di moschetto. Restai sospeso tre l’Etenità ed il tempo: poi svenni e caddi in un diluvio di sangue… Mi si buttò acqua sul viso: Scosso mi trovai tra fasci d’armi, circondatto da centinaia di feroci soldati pronti a soddisfare su di me le altre brame di sangue. Dissi che ero ancora vivo e pregai che mi avessero tratto da quella lotta esecranda con un colpo di moschetto. L’aiutante di campo si pose davanti e mi confortò. Era alto nella persona, , gentile di aspetto ed aveva dipinto sul viso l’interno sentimento di verace pietà. Ebbi per suo ordine vino in abbondanza e bevetti molto: presi un pò di coraggio e scilsi, come ti dissi, il fulmine della parola. Parlai sulla incolpabilità  delle nostre azioni politiche: accennai al funestissimo avvenimento del 13 maggio. Siccome causa passiva di quel nostro armamento Nazionale; parlai sulla fortuna da tanto tempo funesta ai destini d’italia; sulle condizioni attuali di questa terra infelice; imprecai le guerre fratricide e chiusi il mio concitato discorso con le seguenti parole: Ricordate che siete Italiani ed essesi italiano il sangue che versate. A questi detti l’aiutante di campo ed altri si commossero. Senz’altro si ordinò che io non venissi più molestato…Così io a Rotonda. E gli altri compagni di avventura? Restarono anch’essi prigionieri senza oppore resistenza alcuna? Dai paesani di Rotonda vennero consegnati alle Truppe siccome quattro vittime destinate al macello. Or nota l’infamia di Giuseppe Caruso: Alla vista delle baionette quel vile si atterrì e manifestò tutta la bassezza dell’anima sua di fango. Aprì il labbro infame e diede all’infelice tuo Vincenzo la più tremenda accusa, dipingendolo con neri caratteri. Conchiuse che esso era quel Mauro, che un giorno si ascrisse alla lista dei congiurati Regicidi, e che, svelatosi il tremendo disegno, aveva già sofferto la meritata pena. E l’infelice Vincenzo tuo non seppe proferire parola in sua difesa. Una mano di ferro gli tenea  stretto il cuore e su quell’anima generosa pesava il tremendo pensiero  non della propria  ma sebbene dell’altrui sciagura. Diceva: Io vi menai in questo fatale groviglio…perdonatemi, fratelli, ed anche Iddio mi perdonerà. Intanto giungono a Rotonda  i soldati che si aprono a cerchio e spingono con violenza contro quello steccato di morte Vincenzo e Tocci. Feriti da parecchi colpi di baionetta caddero vittime sul cadavere ancora caldo ed insaguinto di Demetrio Chiodi. Tocci spirò immantinente Tuo fratello raccolse le forze  estreme e sollevò la fronte incontaminata. Domandò acqua e gli fu negata; dimando un sacerdote e si confessò…Tutti e tre furono tratti da quel luogo maledetto e posti su d’una muraglia che si alzava a lato di una Chiesa. Quest’ltima parte è il racconto del bravo Nicola Pisarra. (2) Io ignorava la sorte dei miei fratelli. Dopo un’ora di dubbio tremendo mi si offerse uno spettacolo atroce. Entrò un infelice grondante sangue da cento ferite…era lo sventurato Pisarra!!!…Vincenzo e gli altri? Diss’io. Sono morti!… Intanto l’infamissimo Caruso per altra strada era stato condotto alla presenza di Lanza…(3)…Diceva aborrire gli Albanesi come la peste dell’inferno, caratterizzandoli per uomini tristissimi e ladri per eccellenza!…Che non disse contro Domenico, contro Raffaele e contro di te… (4)
A prima sera fummo trattati  io e Pisarra con umanità. La notte si avanzò ed io giacqui sul nudo pavimento. Il sonno fu placidissimo. Allor fu la paura un poco quieta come nel lago del cor m’era durata. La notte che io passai con tanta pietà.

                                                                                                                                NICOLA TARSIA
Carceri di Cosenza, 18 Luglio 1849

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