Ricerca etnografica tra gli Albanesi d’Italia

002Usanze e credenze sui morti

 

 

E’ impossibile tentare di capire il perché di tante credenze, pratiche, usi, costumi, riti che avvolgono ed uniscono noi viventi con quelli dell’oltretomba. Il popolo a proprio modo coglie con immediatezza la soluzione ai propri quesiti. Perciò se l’agonia si prolunga, per giorni e per notti, per i familiari non si tratta di un evento naturale. Lo spirito non esce dal corpo per andare dove deve dirigersi, perché esiste qualche impedimento: la scopa legata vicino al fuoco, l’aver bruciato in vita un giogo, l’aver svolto lavori tessili di domenica, l’aver praticato in vita arti magiche. E il rimedio il popolo lo trova. E tutto riprende il suo corso normale. Chi muore poi non si allontana dalla propria abitazione e dai propri familiari: durante la Notte di Natale, i morti vengono in casa per fare visita e per consumare qualcosa, prelevandola dalla mensa lasciata imbandita. E tra vivi e morti c’è un legame, una vita che dura oltre la dipartita da questo mondo.

E tra gli Arberesh, secondo il rituale greco-bizantino, i morti vengono commemorati quasi agli inizi della primavera e la morte dell’inverno. E si crede che Gesù Cristo per otto giorni dia il permesso alle anime dei defunti perché escano dall’oltretomba e facciano ritorno in superficie per andare a ritrovare i luoghi dove sono vissuti. Ed allora tutta la casa, perfino i bassi più reconditi, sono illuminati coi lumi alimentati con olio vergine << val t’but>>, perché i morti entrando in casa devono vedere la luce. E i morti non si manifestano ai vivi per non impaurirli. Ma, raccontano, c’è stato un defunto, ch’è apparso ad alcuni amici, suggerendo il verso da cantare sotto il balcone della propria amata, ancora ignari della sua morte.

Nel sabato degli spiriti <<tek shtunia s shpirtravet>> anche la mamma di Costantino il Grande – come risulta nel canto popolare cantato nelle <<vallje>> frascinetesi il lunedì ed il martedì di Pasqua – si reca al cimitero per piangere sulla tomba del proprio figlio morto in guerra. E quando la madre rimprovera al figlio di non aver mantenuto << la besa>>, cioè la parola data, il giuramento di riportare da lei la figlia Jurendina, sposatasi con un uomo venuto da Venezia, sia in caso di lutto che di gioia, ecco che si avvera il prodigio: lo spirito di Costantino esce dalla tomba e cavalcando raggiunge la propria sorella e la riporta tra le braccia della madre afflitta.

E in suffragio delle anime dei defunti si distribuiscono pani, grano bollito ed altro. Poi arriva il Sabato di Sciaglia, E Shtunia Shales, giorno di lacrime, perché giunge il nuovo distacco dai propri cari defunti obbligati a fare ritorno nell’oltretomba. Tek e Shtunia e Shales, a Santa Sofia d’Epiro, dopo la celebrazione funebre in chiesa, ci si avvia tutti al cimitero ed ivi, dopo la benedizione dell’ossario, ciascuno si apparta. E qui sulla tomba dei propri cari viene aperta la salvietta contenente salumi, formaggi, pane ed uova sode. E i familiari fanno una piccola consumazione sulla tomba dei propri cari. E chiunque passa accanto alla tomba viene invitato a partecipare alla consumazione. Si crede che i morti siano lieti quando si mangia e si beve in loro ricordo.  A Frascineto, durante il novenario dei morti, all’imbrunire, varie comitive di giovani, avvolti in un lenzuolo raffigurante le anime del Purgatorio, si recano di porta in porta per raccogliere viveri. E poi si riuniscono tutti in una casa e consumano ogni cosa, in ricordo delle anime dei morti.

Infinite sono le credenze che accompagnano le cerimonie funebri che hanno inizio già prima che una persona muoia e che poi durano per anni. A Frascineto si racconta che nelle tombe accanto al defunto, veniva posto un orciuolo con acqua oltre che un po’ di viveri, che occorrevano al morto per proseguire il cammino nell’aldilà.

Papas Antonio Bellusci

Tratto da “ MAGIA MITI E CREDENZE POPOLARI ( Ricerca etnografica tra gli Albanesi d’Italia). Antonio Bellusci. Cosenza C. Biondi editore 1983.

 

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