Rituali di nozze tra gli Albanesi d’Italia

Il matrimonio degli arbëreshë finora ha rappresentato un punto forza di difesa, perché fa da veicolo per tramandare i principi, la mentalità e più in generale la cultura arbëreshe alle nuove generazioni. Anche per il motivo etnico intrinseco ad un avvenimento così importante, la celebrazione del matrimonio diventa un fattore sociale di rilievo e viene celebrato con la massima solennità tra i colori del tradizionale costume femminile, tra i riti maestosi di sapore orientale e i canti che per tale circostanza manifestano grande capacità espressiva. Il matrimonio presso gli italo-albanesi è ricco di suggestive cerimonie, da quelle prettamente liturgiche che riflettono il mondo orientale, a quelle popolari molto significative ed espressione della mentalità di questo popolo. In genere le nozze albanesi vengono celebrate domenica, ma è antica tradizione andare a fare visita agli sposi il giovedì precedente. In questa circostanza gli amici divisi in due cori manifestano ai fidanzati con melodie armoniose tutta la loro gioia per il felice avvenimento. Il giorno del matrimonio gli invitati si riuniscono sia nella casa della sposa che in quella dello sposo. Un coro di donne mentre aiuta la sposa a pettinarsi e a vestirsi con i sontuosi costumi albanesi canta alcuni versi. Poi, la sposa, viene adornata con un copricapo di velluto o di seta ricamata che le copre le trecce annodate dietro la nuca. Questo ornamento si chiama “keza” ed è distintivo dello stato coniugale. A questo punto il coro delle donne la invita ad alzarsi, ed alcuni colpi di fucile annunziano l’arrivo dello sposo che è venuto a prendere la sposa per condurla in chiesa. La porta della casa della sposa viene chiusa e s’impegna, pertanto, un simulato conflitto tra gli aderenti di lui e quelli della sposa e dopo varie sfide reciproche, lo sposo, trova sulla soglia di casa il padre della sposa, il quale con il fazzoletto in mano dice allo sposo:
Ti skamandilin do o nusen? (Tu vuoi il fazzoletto o la sposa?)
Lo sposo risponde:
U dua nusen (Io voglio la sposa).

Ad un colpo di fucile si spalanca la porta ed entrano per primi lo sposo e i due paraninfi. Il coro di donne invita la sposa a prendere commiato dai parenti e dopo aver ricevuto la benedizione, dai genitori (uraten), accompagnata dai compari, dal fratello maggiore o dal padre esce da casa, seguita dallo sposo anch’egli accompagnato da parenti e amici. In chiesa si svolge la cerimonia secondo il rito bizantino, ricco di simbolismi e di azioni suggestive. La cerimonia si compone di due riti ben distinti: il rito degli anelli che anticamente si celebrava separatemente e stava a significare il fidanzamento e il rito dell’incoronazione che si fa subito dopo, e consiste, nell’imposizione delle corone agli sposi. Dopo che il papàs ha ricevuto l’assicurazione dei fidanzati di volere contrarre matrimonio liberamente, li benedice e avviene lo scambio degli anelli che sta a significare la scambievole consegna del destino e della fedeltà assoluta. Il rito dell’incoronazione ci porta al centro dell’azione liturgica. Mentre viene incoronato lo sposo con una corona di fiori d’arancio, il papàs dice che egli sta ricevendo la sposa come corona, altrettanto si fa per la sposa. Le corone vengono scambiate per tre volte dal sacerdote e poi dai testimoni. In segno della nuova unione, poi, il sacerdote porge da bere del vino agli sposi in uno stesso bicchiere che subito dopo viene frantumato, quale simbolo della totale ed esclusiva fedeltà perenne. Quindi, gli sposi, preceduti dal papàs e seguiti dai testimoni fanno un triplice giro attorno al tavolo dove è posto il Vangelo in segno di gioia, mentre canta 1′ “Isaia”, che simboleggia la sacra danza con cui presso tutti i popoli antichi si soleva accompagnare ogni solennità religiosa. Terminata la funzione si ricompone il corteo e lo sposo prende per il braccio la sposa e la conduce nella nuova casa. Ivi, si svolge, il banchetto nuziale echeggiante di vjershë e di canti augurali dedicati agli sposi. A Civitaviene cantata la vallja, la classica danza degli albanesi che si esegue tenendosi per mano e cantando in coro formato da tutti i convitati per onorare gli sposi. In questa circostanza viene cantata la rapsodia “Kostandini i vogëlith” (Costantino il piccolo). La rapsodia è densa di accenni commoventi e i motivi in essa presente rispecchiano in tutto i principi del codice Kanun di Lek Dukagini che rappresenta la legge tradizionale degli albanesi. La festa del giorno del matrimonio continua fino a notte inoltrata e quando alla fine gli invitati che hanno fatto ritorno a casa e dappertutto domina il silenzio, un gruppo di amici degli sposi fa arrivare alle loro orecchie le note melodiose di tipici vjershë.

Fonte: webdiocesi.chiesacattolica.it
Eparchia di Lungro
Foto: Archivio fotografico di Damiano Guagliardi.

 

Precedente 13 shkurt 1919, Shenjtëria e Tij Papa Benedikti XV ngren Dioqezës së Lungro Successivo II Congresso di Studi Linguistici Albanesi (Lungro, 20-21 febbraio 1897)