Sirku (Il baco da seta)

(di Pietro Napoletano ) 
 

Quando avevo otto anni la mia curiosità di bambino venne in contatto con la bachicoltura (sirku). E fu anche l’ultima volta che vidi mia madre impegnata in quel lavoro, pare che mia nonna, che io non ho mai conosciuto, fosse una ” maestra nell’arte della bachicoltura, e mia madre ne aveva appreso i segreti del miestere.

Baco da steta (Sirku)

La gelsicoltura – mi raccontava mia madre – era molto fiorente nel secolo scorso e gran parte del territorio intorno al paese era coltivata a gelsi (men), gelseti puri o a coltivazione promiscua. Anche noi avevamo due tomolate di gelseto, che poi tuo padre ha tagliato.
E perchè l’ha tagliato? – chiesi con malcelato interesse, dato che dei piccoli frutti (korronxeze), sia bianchi che neri, ne ero ghiotto.
-Perchè ormai la bachicoltura è in crisi – mi rispose, con un velo di rammarico negli occhi luminosi e chiari – e nessuno viene più a comprare i bozzoli (kukulet). I gelseti sono stati quasi tutti tagliati. Sono rimaste delle piante soltanto lungo i confini dei campi, soprattutto per i frutti.
“Menariqi”, un piccolo gelso rachitico che sorgeva lungo il ciglio della strada detta “la Variante”, ora via Cavour, rappresentava un punto di riferimento dove i ragazzi si davano appuntamento per i loro giochi: “Shihemi ka menariqi”.
Anche se praticato in modo rudimentale, quello della bachicoltura era stato, fino agli anni Venti, uno dei più fiorenti e redditizi settori dell’economia locale che garantiva alla gente un sicuro introito in denaro liquido, ma sul finire degli anni Trenta, ebbe la sua scomparsa quasi definitiva. Nell’immediato dopoguerra qualcuno praticò ancora la bachicoltura, ma finalizzata soltanto alla produzione di seta (sitadhoprit) per il fabbisogno personale o familiare.
L’allevamento del filugello (Krymbi mendafshit) comprendeva varie fasi e richiedeva molta cura e perizia. Il seme si acquistava, ma si produceva anche localmente. L’incubazione delle uova, che durava circa diciotto giorni, doveva avvenire in luogo caldo, di modo che venisse garantita una tempertura uniforme intorno ai venti gradi, perciò si preferiva sistemarle vicino al caminetto ( vatra) o nella stalla, tra la paglia. Allo schiudersi delle uova, i piccoli vermi venivano posti in ceste di paglia (kufe) e alimentati con foglie di gelso tagliuzzate minutamente.


Pianta di Gelso

Man mano che crescevano, poi, venivano sistemati su rudimentali cannicci (kanicolle) e nutriti (tagjisur) con abbondante fogliame fresco di gelso. Chi non disponeva di magazzini (katoqe) o stalla, riduceva tutta la casa a bigatteria. Il periodo larvale durava circa trenta giorni e si svolgeva nel mese di giugno; la sbozzolatura, ovvero l’uscita delle farfalle dai bozzoli, avveniva ai primi di luglio.
I bozzoli venivano accuratamente selezionati e, prima della sbozzolatura, quelli di migliore qualità venivano venduti, mentre lo scarto era destinato alla trattura domestica.
Per la vendita esisteva la figura del mediatore, o sensale,  che acquistava per conto di un commerciante che arrivava solo a fine campagna, quando era pronto tutto il carico di bozzoli.
La mia memoria focalizza in modo particolare il giorno della trattura; c’erano mia madre, mia zia, donna C., una vecchietta molto cordiale e particolarmente disponibile a rispondere alle mie continue domande, ed alcune ragazze del vicinato (gjitonia venute a curiosare.
La trattura è l’operazione di svolgimento dal bozzolo del filo di cui è formato ed il conseguente suo avvolgimento in matasse.
C’era sul fuoco una grossa caldaia di rame (halkome) dove, poco prima che l’acqua iniziasse a bollire, venivano immersi i bozzoli. Perchè il soffocamento della crisalide avveniva per immersione nell’acqua bollente.
Per rinvenire i capi dalle bave, mia madre soffregava la massa dei bozzoli mediante una piccola ramazza, poi acchiappava i fili e li faceva passare attraverso i buchi di una grossa schiumarola di rame, precedentemente attaccata ad una sedia, di modo che venisse a trovarsi alla stessa altezza della caldaia, così il filato si amalgamava e diventava più omogeneo ed uniforme. Intanto, con movimento lento e ritmato, donna C. o qualche altra delle persone presenti, girava l’aspo intorno al quale si avvolgeva il filato in una grossa matassa. Durante il tiraggio, mia madre, con abile movimento delle dita, cercava di eliminare delicatamente nodi e garbugli.
Il filato di seta (mendafshi) era di colore giallastro e, successivamente, prima della lavorazione – mi spiegò donna C. – veniva sottoposto a candeggio per renderlo più morbido e più bianco, ed eventualmente a tintura.
Fu in quell’occasione che arricchii il mio lessico concernente sia “sirkun”( il baco da seta) che argali (il telaio): il vocabolo “kukule” indicava sia il bozzolo sia il cascame di seta, ovvero il prodotto meno pregiato; ” palaçe e kukulte” era una coperta di seta grezza; la seta di prima qualità aveva ormai perso il vocabolo appropriato, ” mendafsh” (stolì mendafshi = vestiti di seta), e veniva chiamata “sitadhopir”; la stoffa grezza di cotone era detta ” pilhure”; la rascia, un grossolano tessuto di lana, era chiamata ” follondine”.
Donna C. mi invitò poi a casa sua e mi fece vedere il telaio (argalia), il naspo (tiligadhi), l’arcolaio (anemi), la girella (qertulla), la navetta (zhgjeteza), il subbio (shuli), il pettine invergatore (cungrana), la matassa  (alisidja ), il fuso (boshti). E sempre parlando con donna C. appresi il verbo ” yenj”, (tessere) ed il vocabolo ” skamengje” (batufolo di cotone).

Estratto da ” Il volto della memoria” Pietro Napoletano, edizioni il Coscile, 1995.
Foto diGiardinaggio.efiori.com;
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