Ungra- Lungro, breve monografia

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I primi dati storici sull’esistenza di un casale di nome Lungro, risalgono al 1140 e Sono alcune note sulla presenza dei Normanni in Calabria del Nord.
Sulla venuta degli albanesi in questo sito, mancano riferimenti certi circa l’ esatta data, da presumere, comunque, a prima del 1480. Infatti, da un documento del 9 marzo 1486 risulta che Geronimo Sanseverino, principe di Bisignano e signore di Altomonte, accetta nelle sue terre, su proposta dell’abate del Monastero di Santa Maria delle Fonti, l’insediamento dei profughi albanesi nel casale di Lungro. Questi albanesi erano presenti, ospiti del Monastero, già da qualche tempo e, con l’atto del Sanseverino, venivano censiti e tassati. Risulta così che il primo nucleo era formato da 60 fuochi pari ad una tassa focatica di 20 ducati all’anno.
Nei primi anni la convivenza tra albanesi e italiani non fu delle più facili, anche se non caratterizzata da particolari attriti. Gli albanesi preferirono insediarsi nella zona più a monte dell’abitato, denominata “Valle Cupa”, dove edificarono un proprio rione. Qui, nel corso di pochi decenni, il primo nucleo cresce sensibilmente: nel 1532 vengono censiti 77 fuochi, mentre nel 1545 sono 140. Un così repentino aumento demografico dimostra che, nel corso del tempo, al primo nucleo si è aggiunto un nuovo arrivo di profughi.
Intanto nel 1523 i monaci avevano abbandonato il Monastero di Santa Maria delle Fonti, e gli albanesi passarono sotto la giurisdizione diretta dei Sanseverino. Nel 1546 fu riconosciuta l’Università ed il diritto giurisdizionale. L’indipendenza amministrativa raggiunta dava nuova vitalità alla comunità. Nel 1547 fu costruita la chiesa dedicata a S. Nicola di Mira e fu mantenuto il rito greco-ortodosso.
La proprietà del feudo passava, nel corso degli anni, dai Sanseverino ai baroni Pescara di Saracena. Nel 1716 Lungro veniva acquistato dal principe Spinelli, ma i Sanseverino si appellavano ad un antico diritto feudale, tornandone in possesso. Ciò comportò, all’interno della comunità, una grave situazione: i gabellieri delle due famiglie pretendevano a turno che i lungresi pagassero le tasse, producendo malcontento e povertà. I lungresi, stanchi delle angherie signorili, decisero di insorgere: furono uccisi i gabellieri, il regio notaio e ferito gravemente il regio giudice. Una vera e propria guerra civile, durata circa un anno, messa a tacere con forza dalle autorità centrali.
Sul fronte religioso i problemi non erano certamente inferiori. La volontà del vescovo di Cassano di mantenere i privilegi e la giurisdizione ecclesiale sulla comunità portarono ad un lungo braccio di ferro, spesso caratterizzata da una vera e propria persecuzione religiosa. Nel 1766 l’arciprete Abramo De Marchis si appellò al Vaticano, con una supplica firmata da tutte le famiglie lungresi, affinché venisse riconosciuta l’indipendenza della chiesa di Lungro dal vescovo di Cassano e la pratica del rito greco-ortodosso.
L’azione per l’autodeterminazione religiosa, tra alti e bassi, durò un secolo e mezzo e solo nel 1919 fu proclamata la Costituzione Apostolica, con la quale Papa Benedetto XV riconosceva i diritti religiosi alle comunità albanesi ed erigeva l’Eparchia di Lungro.
L’800 lungrese è stato caratterizzato da grandi fermenti politici e sociali. Molti furono i suoi figli che presero attivamente parte ai vari movimenti politici e culturali e che, con la loro azione contribuirono notevolmente alla nascita del moderno stato italiano unitario. Basti ricordare che nei soli moti calabresi antiborbonici del 1848 ben 156 giovani eroi, guidati da Domenico Damis nella battaglia di Campotenese, furono processati e condannati a gravi pene dai tribunali speciali. Tra questi vanno certamente segnalati gli Albamonte, gli Aragona, i Bari là, i Baselice, i Basile, i Bavasso, i Bellizzi, i Bellusci, i Beltrano, i Bomadies, i Brunetti, i Cagliolo, i Candia, i Capparelli, i Carrozza, i Conte, i Cortese, i Greco, i Cucci, i Damis, i De Benedictis, i De Candia, i De Marco, i De Martino, i Domestico, i Dramis, i Ferraro, i Frega, i Guaragna, gli lrianni, i Laino, i Lasdica, i Laurito, i Longo, i Lotito, i Lupia, i Maida, i Mancino, i Manes, i Manoccio, i Marotta, i Martino, i Matanò, i Mauro, i Mazzuca, i Minervini, i Molfa, i Morelli, i Nicoletti, i Nocito, gli Oliva, i Pisarro, i Quartarolo, i Rennis, i Rodinò, i Samengo, i Santojanni, i Saracena, gli Straticò, i Trifilio, i Vaccaro ed i Vicchio. Domenico Damis, assieme agli altri capi politici del movimento insurrezionale nazionale, fu dapprima condannato a morte e, successivamente, mandato in esilio.
Nel 1859 i lungresi si riunirono in piazza per inneggiare alle vittorie piemontesi in Lombardia ed in Emilia. La reazione borbonica non si fece attendere e molti giovani furono arrestati. Ma ciò non bastò a cancellare quella che ormai era una pagina di storia già scritta: la fine del regno borbonico. La reazione politica continuò, si organizzò meglio il circolo carbonaro, ci si preparò allo scontro finale e quando Garibaldi lanciò il suo urlo di guerra giunsero al suo fianco gli albanesi da ogni comunità.
Domenico Damis, assieme a Domenico Mauro ed agli altri capi politici arbëresh, raggiunse Genova e si imbarcò sulle navi garibaldine per la Sicilia, non prima di aver avvisato suo fratello Angelo di mobilitare l’intera comunità per una insurrezione popolare.
Le centinaia di lungresi, che formavano ben cinque compagnie, accorsi all’appello dei fratelli Damis si distinsero tra i garibaldini, accompagnando nel trionfo bellico l’Eroe dei due mondi fino a Teano, guadagnandosi la stima dell’intera nazione. Dopo l’Unità nazionale anche Lungro, come tutte le altre comunità, ha subito la grave crisi sociale ed economica e molti suoi cittadini hanno dovuto affrontare una nuova, terribile, diaspora, che ha spogliato il borgo della sua gioventù forte portandola oltre oceano, in Argentina, in Brasile, in Canadà e negli Stati Uniti. Oggi queste comunità arbëresh d’America rappresentano una eccezionale continuità etnica, dove si mantengono pressoché immutate da generazioni lingua e costumi.

La Salina

Una leggenda popolare vuole che la salina, originariamente in territorio di Altomonte, sia stata scambiata con la statua di una madonna. Questa storia appartiene all’immaginario popolare, mentre è presumibile che, a causa della crescita della popolazione albanese in quel territorio, ed alla concessione ad essi fatta dai Sanseverino per la bonifica e l’uso delle terre, divenute, con la successiva costituzione dell’Università e la nascita dei comuni, territorio di Lungro. La “Salina” ha rappresentato per alcuni secoli il fulcro economico e sociale dell’intera comunità e delle popolazioni meridionali in generale. Citata giù in epoca romana dal geografo Plinio, ebbe sempre fama di produrre il sale più puro dell’intera Europa, tanto che era ricercato dalle migliori corti europee e da popoli lontani.Sul piano economico, quindi, la “Salina” ha rappresentato una grande fonte sia per la popolazione locale, sia per le autorità. Non ultimo, essa ha rappresentato una fonte di guadagno anche per la piccola criminalità locale che, attraverso il furto ed il contrabbando, ha potuto per secoli vivere agiata- mente. A fronte dei benefici economici, comunque, vi erano le gravi condizioni di lavoro per quegli operai addetti all’estrazione del salgemma. Lo sfruttamento degli uomini, ma ancor di più dei bambini, se da una parte consentiva un mediocre tenore di vita, dall’altro produceva gravi malattie, tanto da avere, tra questi, il più alto indice di mortalità e la più bassa media di vita.
L’ingegnere Melograni scrive nella sua relazione del 1811: “L ‘altro inconveniente che si presentò agli occhi miei fu il vedere, che il trasporto del sale dall’interno della miniera al giorno, si esegue là sulla schiena degli uomini adulti e dei ragazzi. I primi ne portano in ogni viaggio un cantajo in pezzi solidi attaccati colla fune; i secondi un mezzo cantajo di “sterro” nei sacchi. E’ cosa compassionevole l’osservare, una processione di uomini nudi far l’uffizio di bestie, e serbare marciando una linea sola, onde niuno s’impacci ed urti insieme nei calli angusti che deve battere, ed ognuno di essi, oppresso dal peso, ed affannato dal calore soffocante della miniera, arriva al giorno anelante e coll’anima in bocca”.
Grazie alla “Salina”, comunque, Lungro ha da sempre rappresentato una delle poche occasioni nel meridione dove sia stata sempre presente una certa coscienza di classe e l’organizzazione politica degli operai. Questi, attraverso scioperi, plateali manifestazioni, occupazioni della salina, movimenti sindacali, costituzione di casse di mutuo soccorso, e quanto altro, hanno saputo, nel corso dei secoli, produrre una situazione politica eccezionale. Con la chiusura della “Salina”, dovuta non tanto ad una perdita di competitività del prodotto sui mercati, quanto a precise volontà politiche, anche Lungro ha subito una dura flessione economica.

Fonte: www.ungra.it
foto: www.telecastrovillari.it

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