Villa Spinola, il telegramma celato a Garibaldi

 

Non sempre la cronaca, al tempo dell’Unità d’Italia e negli anni successivi , riflettè su diari ,  testimonianze genuine e non subdole, alla quale, accorpandosi  anche la distratta storiografia, essa,  poco si prodigò per il raggiungimento del vero. Ombre aleatorie ricoprono , tutt’ora,  il cielo,  sotto il quale,  la spaziosità della Storia ricerca respiro. E’d’uopo che un vento ben augurante spiri e faccia  scostare sopra questa nobile vastità,  dubbi d’ogni sorta. Eventi precipitosi, come quello della spedizione dei Mille, ben poco predisposti ad una raccolta associata della Storia  e non  enunciati dall’erudizione libresca, nella loro incurata dispensa, possono glorificare o demonizzare.  Allogando la poetica  aristotelica, mi appropinquo alla cronaca. Il 3 maggio del 1860 avvenne un fatto che avrebbe potuto rinviare, se non addiritura vanificare, le sorti del processo di unificazione dell’Italia. A Quarto e precisamente a Villa Spinola, si era insediato il quartier generale di Garibaldi,  dove si consumò un episodio poco conosciuto dagli estimatori di storia risorgimentale. E’ noto che Garibaldi,  il quale aveva promesso di guidare la spedizione in Sicilia, solo a patto che gli insorti vi si tenessero in armi fino al suo arrivo, decise negli ultimi giorni, dopo aver appreso che l’insurrezione era stata domata, di non prendersi più cura e di salpare per Caprera. Ma le premure esternategli dagli Italo Albanesi, Crispi e Damis, mettendo in giro, abilmente,  notizie favorevoli, lo fecero ritornare sulla deliberazione precedentemente presa, ordinando che si facessero in fretta i preparativi della partenza. Ma proprio due giorni prima, il 3 maggio, si delineò una situazione che avrebbe potuto arrecare gravi ed irreversibili conseguenze all’impresa stessa.
L’emigrato calabro-albanese Angelo Scura, figlio di Pasquale, in seguito Ministro di Giustizia nel governo proditattoriale,  impiegato  nell’ufficio telegrafico di Genova, fece pervenire al patriota calabrese Luigi Miceli la copia di un telegramma ufficiale con il quale il Marchese D’Aste, comandante di una parte della squadra navale piemontese nelle acque di Palermo, annunziava al governo di Torino, che gli insorti di Sicilia – che Garibaldi considerava ancora in armi – erano stati completamente sconfitti e dispersi.

Questa notizia avrebbe, sicuramente potuto far ritardare o perfino far recedere Garibaldi dall’intento di capitanare la spedizione, e nell’uno e l’altro caso modificare i disegni già ben predefiniti. Miceli tacque e risolvette di non dire nulla, neppure a Garibaldi. Ma poi non volendo assumersi una tanto grave responsabilità, poco prima di salpare da Quarto, decise di informare gli albanesi, Crispi, Mauro e Damis, suoi, sempre, compagni di lotta. Confortato da loro al silenzio, si stabilì che il Damis avrebbe parlato del telegramma a Garibaldi, solo quando si sarebbe stati in alto mare. Difatti, lì per lì non se ne  fece alcun accenno. Damis che era sul Piemonte con Garibaldi, fece quanto si era stabilito, e allorchè si giunse a Talamone, Garibaldi chiamò Miceli, gli chiese altri particolari del telegramma, e avutili, secondo la testimonianza diretta del Damis, gli disse: “Solo l’anima dannata di un calabrese, amico degli albanesi, poteva fare questo: bravo Miceli!” Tenutosi poi consiglio fra i capi si decise di proseguire ad ogni costo, e poichè nel telegramma era specificato che solo a Marsala c’era ancora qualche banda di insorti, si scelse quella città come luogo di approdo.

Note di bibliografia essenziale:
Giuseppe Garibaldi, conferenza tenuta a Milano il 25 giugno del 1882 da Gaetano neri;
Pietro Camardella, I Calabresi della spedizione dei Mille, Ortona a Mare, Off. Grafiche, 1910;
Archivio familiare su corrispondenza con Pier Domenico Damis.

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